Intervista a Fabiano Amati – «La Puglia rischia la sete»
Il Governo con l’«Italia Veloce» ha sancito che il Paese ha bisogno di 11 opere idriche, considerate prioritarie e che avranno in dote anche un commissario. La maggior parte è in Sardegna (nove dighe), una è in Sicilia e una è addirittura in pieno Nord, a Brescia (Traversa Lago d’Idro). La sitibonda Puglia, invece, come sottolineato ieri su queste pagine, è rimasta al palo. «Il fatto è – dice il consigliere regionale di maggioranza Fabiano Amati – che noi abbiamo lo stesso problema della Sardegna, perché sono le due regioni prive d’acqua. Noi rischiamo la sete e non solo per la siccità, ma anche per una disattenzione delle opere idriche di accumulo (come gli invasi) e di grande adduzione (le condotte)».
Per esempio?
«C’è la condotta del Sinni che ha quasi 40 anni, è ammalorata e trasporta come portata massima 10.000 litri al secondo ed è unicursale, ha un unico corso. Se salta, si interrompe l’erogazione. E stiamo attendendo da anni la costruzione della seconda canna del Sinni, destinata solo all’idropotabile che, anni fa, fu valutata in termini economici di 180 milioni di euro di costo. A oggi, non si è fatto nulla».
Se salta che accade?
«Accade che la provincia di Taranto, un pezzo di Brindisi e la provincia di Lecce restano senz’acqua. Ovvero, per essere più precisi, restano senza la maggiore provvista d’acqua di cui hanno bisogno. E resta senz’acqua anche un pezzo abbondante della Basilicata. Poi, per le opere di accumulo, il Registro Dighe ha disposto, nel corso degli ultimi anni, la limitazione del livello di invaso sia di Montecotugno sia del Pertusillo sia del Locone e Conza, quindi 4 dighe. E, se non si interviene, la limitazione del livello di invaso, ovviamente, si amplierà. E nessuno se ne occupa».
Si ma la portata è stata diminuita per motivi di sicurezza?
«Siccome c’è bisogno di varie opere di manutenzione, il Registro Dighe, per poter autorizzare il livello massimo di invaso ha bisogno che la diga regga. E, quindi, dispone una riduzione… Se non si interviene con degli investimenti, che non sono da centinaia di milioni ma da decine di milioni, è chiaro che il Registro Dighe è obbligato a diminuire il livello di invaso. Ecco quindi che noi rischiamo la sete, perché noi non abbiamo acqua. Se poi si congiunge questo problema con la siccità, abbiamo fatto tombola».
Come si spiega questo strabismo del Governo. Hanno mancato i pugliesi?
«Purtroppo la classe politica pugliese non alza troppo la voce. Noi forse pensiamo che l’acqua arriverà sempre. Invece da noi l’acqua è stata una grande battaglia di civiltà. Poi è vero che c’è l’invaso Pappadai vicino Taranto che ha bisogno solo di 20 milioni per essere sistemato, ma c’è il problema che la maggior parte delle opere che ho citato non sono in territorio pugliese, due sono in Basilicata e una in Campania. Servono molto prioritariamente per la Puglia e, quindi, le due regioni non hanno grandi passioni per l’argomento, anzi, se la giocano in una sorta di battaglia federalista dell’acqua, non accorgendosi che quegli invasi servono anche a loro. Ecco perché ci vorrebbe una classe politica molto agguerrita».
Forse, più che la spinta di una singola regione, ci vorrebbe «Roma».
«E, infatti, io mi rivolgo a Roma e ai pugliesi a Roma. Bisogna creare una grande amicizia col problema dell’acqua. Perché ai pugliesi di fine `800 inizi `900 la sete “insegnava l’acqua”. E fecero quella grande opera. I pugliesi impegnati a Roma nei nostri anni, non sentendo la sete, forse non si accorgono della storia che abbiamo attraversato. Invece è uno dei problemi politico-amministrativi più imponenti che abbiamo, più dell’alta velocità, della 275, della Bari-Napoli… e lo dice uno che vorrebbe che queste opere si facessero non domani ma oggi, però la sete è la sete».
