L’ASSASSINIO DI ALEXEI E L’OCCIDENTE PRO PUTIN CHE ODIA IDEOLOGICAMENTE DEMOCRAZIA E MERCATO

E ora? Dopo l’omicidio di Alexei Navalny possiamo smetterla di fare i putiniani? Lo dico a intellettuali, politici à la carte e alte sfere ecclesiastiche, impegnati per mesi a confonderci, a farci credere che la resa possa portare pace e non altra guerra. A farci credere che Putin avesse invaso l’Ucraina per difendere con maggiore efficacia i suoi confini. No. Non è cosi. Putin ha attaccato l’Ucraina per attaccare noi. Si, noi, Noi italiani, europei e occidentali. Tutti assieme. Ha attaccato l’Ucraina per fermare il vento di libertà che spira forte e rischia di spazzare via la sua dittatura. Il vento che nasce per fortuna, ancora, in Occidente, e che moltissimi pacefondai, impegnati a farci scegliere la resa per avere altra guerra e disonore (Churchill), non vogliono riconoscere. Non vogliono riconoscere perché in trisi di avversione per una coppia indissolubile: la democrazia politica e l’economia di mercato. Una coppia capace di correggere tempestivamente anche i propri difetti e quindi espellere per tempo tutti i guai (Putin) che dovessero germogliare. La simpatia per Putin serve per non ammettere l’errore fatale di non credere nell’Occidente e quindi nella democrazia politica e nell’economia di mercato; un errore con tanti erranti, a cominciare per esempio da Stalin e Mao, qui chiamati in causa per suggerire la lettura dell’ultimissimo libro memorabile sull’argomento-“Lapidi-La Grande Carestia in Cina” di Yang Jisheng-per cogliere il senso el’essenzadi questa garanzia di libertà duratura. All’infuori dalla democrazia politica e dall’economia di mercato non ci sono altre dottrine o altre buone intenzioni in grado di fare meglio. Altro che simpatie per Putin e dei suoi metodi per rielaborare lo status di orfani di ideologie morte e sepolte.

Putin ha ucciso Alexei Navalny. Lo ha ucciso con modalità che non sappiamo, ma lo ha ucciso. E irrilevante se abbia ordinato di premere il grilletto o fiaccando la sua salute con torture e privazioni. Impegnarsi su questo punto equivarrebbe a creare un diversivo per offrire ancora una volta una scusa al dittatore.

Putin ha ucciso Navalny perché aveva esposto la sua vela contro il vento della libertà proveniente da Occidente per spingere forte la barca della Russia nel porto di una nuova speranza di democrazia.

Putin ha ucciso Navalny per la stessa ragione per cui ha invaso l’Ucraina: il vento di libertà alle porte di casa per l’Ucraina e il vento di libertà in casa per Navalny.

Putin sente prossima la fine della sua storia. E come tutti quelli che stanno in scena con la forza, in preda a paranoie e bipolarità, è disposto a tutto pur di non calare il sipario. Putin sente la fine del suo potere e dei suoi giorni, la capitolazione, e perciò aggredisce fuori dai suoi confini e riduce al silenzio la dissidenza interna. Senza alcuna pietà o umanità.

Attacca Paesi sovrani per stimolare nei Paesi liberi e democratici l’idea della resa illusoria in nome della pace altrettanta illusoria. Uccide cittadini russi per informare eventuali imitatori sulla fine che potrebbe toccargli.

Se si ragiona con linearità, senza i furori tossici dell’ideologia e del pregiudizio, i conti tornano. E tornano pure osservando il conto di sangue che pagò l’Europa per aver creduto di fermare un altro aggressore, Hitler, con cedendogli la resa di Monaco nella speranza di avere una pace che ben presto si trasformò in una guerra ancora più feroce. All’epoca si volle garantire la pace per pochissimi giorni (“i nostri tempi”, disse Chamberlain) senza capire che la pace si accetta di farla quando il negoziato la garantisce “per tutti i tempi”, come corresse J.F. Kennedy a Berlino negli anni immediatamente successivi.

Con l’Ucraina in guerra e Putin al potere, dobbiamo capire e al più presto, che l’unica garanzia di Pace in ogni parte di mondo e “per tutti i tempi” non è la resa a Putin, ma la sua cacciata dall’Ucraina e dal Cremlino. Costi quel che costi. Senza arrendersi. Per far vivere oltre la tomba l’invito semplice e magnifico di Navalny a non arren dersi. Perché “l’unica cosa che serve al male pertrionfare è che il bene non faccia nulla. Quindi non siate inerti”.

Quella della cacciata di Putin merita manifestazioni rumoroso e prese di posizioni decise ed eclatanti. Perché sembra una faccenda lontana, utile a esercitare i nostri tic intellettuali sbagliati e illusori, ma riguarda invece anche noi. Tutti noi. Non dirlo significherebbe associare ai tic, un rischiosissimo tabù.

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Fabiano Amati

Nato a Fasano, in provincia di Brindisi, il 18 ottobre 1969. Laureato in giurisprudenza presso l’Università di Bari, svolge la professione di Avvocato. E’ attualmente Assessore Bilancio, Ragioneria, Finanze, Affari Generali della regione Puglia.