Agrofotovoltaico, Amati: “No-a-tutto colpisce ancora. Ideologia economica camuffata con motivazione ambientale. Tutti in commissione.”

Agrofotovoltaico, Amati: “No-a-tutto colpisce ancora. Ideologia economica camuffata con motivazione ambientale. Tutti in commissione.”

“Ora pure l’agrofotovoltaico viene bocciato dagli uffici regionali, nonostante si tratti di un progetto promosso dall’Università di Bari. Prima no al nucleare, proponendo l’alternativa delle rinnovabili. Poi no alle rinnovabili a terra, proponendo l’alternativa a mare. E ancora no all’eolico offshore proponendo l’agrofotovoltaico. Infine no all’agrofotovoltaico senza però avanzare alternative; forse per vergogna di dover proporre il ritorno alle candele? Sentirò in Commissione la facoltà di Agraria dell’Università di Bari, protagonista del contratto di ricerca bocciato, e gli assessori all’Agricoltura e allo Sviluppo economico”.

Lo dichiara il presidente della Commissione Bilancio e programmazione Fabiano Amati.

“La vicenda ha dell’assurdo: Santeramo, un progetto innovativo di studio e ricerca, un progetto di agrofotovoltaico in contesti di coltivazione di mandorle, olive e nocciole. Complessivamente 23 ettari, individuati in un’area pianeggiante abbandonata, arricchita di piste ciclabili, piste pedonali e punti ristoro per la valorizzazione dell’intera area. Inoltre nella parte immediatamente visibile dalla strada e prospiciente la masseria rurale, nessun pannello fotovoltaico e una ricca piantumazione di alberi di lentisco in grado di raggiungere i tre metri di altezza. La rete di protezione del parco (è un progetto realizzato dall’Università di Agraria, quindi pensano proprio a tutto) avrebbe avuto una distanza dal terreno di 30 centimetri per consentire l’agevole passaggio della fauna selvatica. Nel dettaglio, il 66 per cento del suolo sarebbe stato utilizzato per l’agricoltura e il 34 per l’impianto fotovoltaico. L’impianto di potenza pari a 11,184 MW, avrebbe prodotto energia elettrica per 19 GWh/anno. Non solo: inserita nel progetto anche la sperimentazione del cosiddetto modulo DESSERT per il riutilizzo delle acque reflue. Insomma, sapete su cosa si è basato il parere tecnico negativo
del Comitato VIA, che a rigore avrebbe dovuto essere fondato su elementi meramente ambientali? Su fatti economici associati ai valori ambientali, cioè sulla scia del miglior ecologismo ideologico, che più o meno prende le mosse dall’editto di Chico Mendes: <<L’ambientalismo senza lotta di classe è giardinaggio>>.
Si legge nel parere infatti che verrebbero stravolti i caratteri identitari e paesaggistici <<deruralizzando, alterando e compromettendo le componenti e le relazioni funzionali, storiche, visive, culturali, simboliche ed ecologiche che caratterizzano la struttura paesaggistica della figura territoriale>> (e già sin qui ci vuole un gran fiato per leggere e capire, soprattutto in un’area abbandonata), con un progetto <<non ammissibile>> e per ragioni estranee alla tutela ambientale ma afferenti all’economia, ovvero a una specifica ideologia economica: <<di grandi dimensioni, di durata di un quarto di secolo e senza garanzia alcuna di riuscita>>.
La facoltà di Agraria dell’Università di Bari inoltre, e secondo il parere ambientale che ambientale non è, non avrebbe considerato <<la possibilità di fallimento della consociazione impianto fotovoltaico/mandorleto, (…) negando così il principio base della sperimentazione>>. È stato scritto proprio così. E ancora: <<La coltura del mandorlo può fallire anche per semplice difficoltà nell’esecuzione delle ordinarie e necessarie operazioni colturali, la cui eventualità non è minimamente presa in considerazione>>. Detto ai docenti della Facoltà di Agraria sembra proprio uno sfottò.
Non possiamo più permetterci di continuare a perdere occasioni. Per questo convocherò in Commissione tutti i protagonisti di questa vicenda, per comprendere in che modo s’intende galoppare nel mondo della transizione ecologica”.

Vaccinazioni, Amati: “Ieri quasi 12mila dosi dopo i 40 di domenica. A rischio contagio medici e infermieri”

“La clamorosa caduta di somministrazioni nei fine settimana, unita alla stentata campagna vaccinale anche per gli operatori sanitari, nemmeno 1/3, comporta un altissimo rischio contagio per medici e infermieri, considerato l’aumento del numero dei contagiati ospedalizzati. Il fatto che nei giorni feriali ci sia una media di 10mila vaccinazioni al giorno, un dato comunque sempre molto basso rispetto agli obiettivi, determina l’ingiustificabilità delle appena 40 dosi somministrate domenica. E ciò non per gusto statistico ma perché attorno a questi numeri si cela la tutela della vita umana e la speranza di non ricacciarci in un nuovo lockdown”.

Lo dichiara il presidente della Commissione regionale Bilancio e programmazione Fabiano Amati, commentando i dati della campagna vaccinale aggiornati alle ore 6:12 del 16 novembre 2021.

“Nella giornata di ieri, 15 novembre, sono state somministrate 11.652 dosi. Più 11.602 dosi rispetto al 14 novembre, più 9.551 dosi rispetto al 13 novembre e meno 676 dosi rispetto al 12 novembre.
Le 11.652 dosi somministrate ieri sono così suddivise: 391 addizionali, 6.840 richiami, 1201 prime dosi, 3.127 seconde dosi e 93 a persone con pregressa infezione.
Le dosi addizionali somministrate sinora, cioè quelle destinate alle persone trapiantate, immunodepressi e pazienti oncologici, sono 17.758, su un totale complessivo di 155.641. Ne restano dunque da vaccinare con dose addizionale 137.884.
Le dosi di richiamo (booster) somministrate sinora, cioè quelle destinate per ora a persone ultra sessantenni e operatori sanitari, sono 130.527, su un totale complessivo di 305.806. Ne restano dunque da vaccinare con dose di richiamo 175.279.
I vaccinati totali con dose addizionale e richiamo sono 148.285 su un totale di 461.447, pari al 32,13 per cento. Ne restano da vaccinare 313.162.
Nella classifica nazionale della vaccinazione per dose addizionale la Puglia è in generale al diciassettesimo posto con lo 0,45 per cento. Nel dettaglio: dodicesima nella fascia d’età 12-19, diciassettesima nella fascia 20-29, dodicesima nella fascia 30-39, undicesima nella fascia 40-49, decima nella fascia 50-59, sedicesima in quella 60-69 anni, diciassettesima nella fascia 70-79 anni, diciassettesima nella fascia 80-89 anni, dicioannovesima nella fascia dai 90 anni in su.
Nella classifica nazionale della vaccinazione per dose di richiamo (booster) la Puglia è in generale al quindicesimo posto con il 3,32 per cento. Nel dettaglio: quinta nella fascia d’età 12-19, quinta nella fascia 20-29, quarta nella fascia 30-39, quinta nella fascia 40-49, settima nella fascia 50-59, ottava in quella 60-69 anni, quindicesima nella fascia 70-79 anni, sedicesima nella fascia 80-89 anni, diciottesima nella fascia dai 90 anni in su.
La popolazione pugliese che rientra nella fascia d’età vaccinabile contro il Covid è di 3.544.797 abitanti: di questi hanno ricevuto la prima dose l’86,98 per cento, anche la seconda l’81,07 per cento.
Sono invece 488.812 i pugliesi che non hanno ancora ricevuto alcuna dose di vaccino.
Abbiamo in giacenza 650.956 vaccini.
Al momento la percentuale di occupazione delle terapie intensive pugliesi è ferma al 4,1 per cento. Più nel dettaglio ci sono complessivamente 20 ricoverati in terapia intensiva su 482 posti letto disponibili. I ricoverati in area non critica sono 158 su 2745 posti letto disponibili”.

Per ulteriori informazioni consultare il portale https://fabianoamati.it/covidreport/home

Ospedale di comunità Latiano, Amati: “Si attende da mesi l’autorizzazione. Burocrati in commissione”

“A fronte di una volontà politica chiara, peraltro rilanciata con oltre 600milioni del PNRR, si ritarda il rilascio dell’autorizzazione per l’istituzione dell’Ospedale di comunità di Latiano. Eppure non c’è bisogno nemmeno di un euro per trasformare l’idea in realtà. Per accelerare il procedimento ho chiesto di audire in Commissione l’apparato burocratico dell’assessorato alla Salute e conoscere le ragioni del ritardo”.

Lo dichiara il consigliere regionale e presidente della Commissione Bilancio e programmazione della Puglia Fabiano Amati.

“Ho avuto la consapevolezza che anche a Latiano si potesse realizzare un ospedale di comunità lo scorso aprile. Il sindaco e il presidente del Consiglio comunale della città mi accompagnarono ad effettuare un sopralluogo in una bellissima struttura storica, completamente ristrutturata: il Pio Istituto Caterina Scazzeri. L’immobile ha tutti i requisiti strutturali e di spazi per diventare una struttura assistenziale di prossimità, necessita esclusivamente di pochi indispensabili lavori di adeguamento come l’impianto di gas medicali, per esempio. Dal Comune si sono sin da subito dichiarati disponibili a mettere a disposizione la struttura gratuitamente, struttura in grado di offrire un servizio sanitario con 14 posti letto.
La Asl fece partire la richiesta di attivazione a fine giugno e mi sarei aspettato un riscontro al più tardi nel giro di qualche settimana. E invece nulla. È tutto fermo, se non qualche lettera soprassessoria per prendere tempo.
Per questo ho chiesto l’audizione in Commissione sanità dei tecnici dell’assessorato.
L’ospedale di comunità di Latiano deve diventare anch’esso una realtà operativa.
In provincia di Brindisi, senza i fondi del PNRR che oggi si citano anche per andare a prendere un caffè, sono stati realizzati in questi anni (a partire dal 1999) gli ospedali di comunità di Cisternino, Ceglie Messapica, Fasano, Mesagne e San Pietro Vernotico. Inoltre, tra strutture di prossima attivazione e già autorizzate ci sono San Pancrazio Salentino e il Di Summa di Brindisi, per un totale di otto strutture di assistenza sanitaria di prossimità e, a regime, 125 posti letto. L’obiettivo (perseguito e in buona parte raggiunto nella Asl più piccola dell’intera Regione) è di sollevare dalle prestazioni inappropriate di tipo territoriale i tre ospedali per acuti in attività (Brindisi, Francavilla Fontana e Ostuni), che soprattutto per questo risultano affollati, e quello in costruzione di Monopoli-Fasano. Senza dimenticare il fatto che gli Ospedali di comunità brindisini sono stati adattati nei mesi scorsi e a tempi record anche per gestire i pazienti Covid post-acuti; e questo ha significato che, mentre in altre province c’è stato il bisogno d’inventarsi, con discutibili esiti, i più opportuni rimedi d’emergenza, a Brindisi c’era già tutto ciò che serviva. I finanziamenti in questi anni non sono mai mancati, sono stati l’ultimo dei problemi. Altro che Pnrr come carta di briscola! Ciò che davvero serve è la volontà di occuparsi dell’assistenza territoriale, questione caratterizzata da poco prestigio e molta dedizione nel tallonamento della macchina burocratica, come dimostra ancora una volta la vicenda di Latiano”.

Vaccinazioni, Amati: “Ieri 40 dosi di vaccino in tutta la Puglia. Stiamo scherzando?”

“Adesso sono davvero preoccupato e allibito. Oggi il fisico Battiston ha dichiarato che se si ammalasse una percentuale tra il 5 e il 10 per cento dei 7 milioni di non vaccinati il sistema sanitario italiano sarebbe in ginocchio, non reggerebbe. E in Puglia, mentre l’Olanda fa scattare il lockdown, di domenica vacciniamo solo 40 persone. Così ci schiantiamo contro il virus. Di nuovo”.

Lo dichiara il presidente della Commissione regionale Bilancio e programmazione Fabiano Amati, commentando i dati della campagna vaccinale aggiornati alle ore 6:12 del 15 novembre 2021.

“Nella giornata di ieri, 14 novembre, sono state somministrate 40 dosi. Meno 1.598 dosi rispetto al 13 novembre, meno 12.172 dosi rispetto al 12 novembre e meno 13.289 dosi rispetto al 11 novembre.
Le 40 dosi somministrate ieri sono così suddivise: 26 addizionali, 12 richiami, 0 prime dosi, 2 seconde dosi e 0 a persone con pregressa infezione.
Le dosi addizionali somministrate sinora, cioè quelle destinate alle persone trapiantate, immunodepressi e pazienti oncologici, sono 17.325, su un totale complessivo di 155.641. Ne restano dunque da vaccinare con dose addizionale 138.316.
Le dosi di richiamo (booster) somministrate sinora, cioè quelle destinate per ora a persone ultra sessantenni e operatori sanitari, sono 122.924, su un totale complessivo di 305.806. Ne restano dunque da vaccinare con dose di richiamo 182.882.
I vaccinati totali con dose addizionale e richiamo sono 140.249 su un totale di 461.447, pari al 30,39 per cento. Ne restano da vaccinare 321.198.
Nella classifica nazionale della vaccinazione per dose addizionale la Puglia è in generale al diciassettesimo posto con lo 0,44 per cento. Nel dettaglio: dodicesima nella fascia d’età 12-19, diciassettesima nella fascia 20-29, dodicesima nella fascia 30-39, undicesima nella fascia 40-49, decima nella fascia 50-59, sedicesima in quella 60-69 anni, sedicesima nella fascia 70-79 anni, diciassettesima nella fascia 80-89 anni, dicioannovesima nella fascia dai 90 anni in su.
Nella classifica nazionale della vaccinazione per dose di richiamo (booster) la Puglia è in generale al sedicesimo posto con il 3,13 per cento. Nel dettaglio: quinta nella fascia d’età 12-19, quarta nella fascia 20-29, quarta nella fascia 30-39, quinta nella fascia 40-49, settima nella fascia 50-59, undicesima in quella 60-69 anni, diciassettesima nella fascia 70-79 anni, sedicesima nella fascia 80-89 anni, diciottesima nella fascia dai 90 anni in su.
La popolazione pugliese che rientra nella fascia d’età vaccinabile contro il Covid è di 3.544.797 abitanti: di questi hanno ricevuto la prima dose l’86,93 per cento, anche la seconda l’80,97 per cento.
Sono invece 490.493 i pugliesi che non hanno ancora ricevuto alcuna dose di vaccino.
Abbiamo in giacenza 664.101 vaccini.
Al momento la percentuale di occupazione delle terapie intensive pugliesi è ferma al 4,1 per cento. Più nel dettaglio ci sono complessivamente 20 ricoverati in terapia intensiva su 482 posti letto disponibili. I ricoverati in area non critica sono 158 su 2745 posti letto disponibili”.

Per ulteriori informazioni consultare il portale https://fabianoamati.it/covidreport/home

Il piano casa è eco-edilizia che “recupera” e crea lavoro

 

di Amati Fabiano

Il Piano Casa è uno strumento di ecoedilizia utilizzato con soddisfazione da tutti i comuni pugliesi. Concepito diversi anni fa da uno dei governi Berlusconi attraverso una legge statale, oggetto di un’intesa tra Stato e Regioni, e introdotto nell’ordinamento regionale dal governo Vendola. Sino a quando quella legge statale e quell’intesa non saranno cancellati, la validità temporale dello strumento potrà essere prorogata. E chiunque provi sdegno dovrebbe bussare al Parlamento e chiedere l’abrogazione della legge statale che lo autorizza. Ma non mi pare che da quelle parti abbiano queste intenzioni.

Abbiamo lasciato però un punto in sospeso: perché il Piano Casa è uno strumento di ecoedilizia? Perché appaga il desiderio di una casa nuova, oppure ampliata, senza consumare nuovo suolo. ll Piano Casa vale infatti solo su edifici esistenti da ampliare nella misura del 20 per cento del volume o del 35 per cento nel caso di demolizione e ricostruzione. E sia l’ampliamento che la demolizione-ricostruzione sono previsti dalla legge nazionale. E anche su questo chiunque voglia scandalizzarsi dovrebbe bussare alle porte del Governo e del Parlamento, che peraltro ha proprio di recente ampliato (anche con i pochi voti della sinistra conservatrice) il potenziale virtuoso di queste possibilità, ammettendole pure in aree vincolate e nel rispetto dei Piani paesaggistici. È inappropriato, allora, limitarsi a “bombardare” le scelte del Consiglio regionale, sia perché gli appunti dovrebbero essere rivolti ai politici romani e sia perché così facendo si confessa un diritto di parola che però non si accompagna con il dovere di conoscere ciò che si dice.
C’è chi però rilancia, obiettando: è vero, non si consuma altro suolo ma si aumenta il carico urbanistico. Ammesso e non concesso che sia così, cioè che una casa ampliata comporti la nascita di tanti bambini da accogliere oppure che una casa realizzata dopo una ricostruzione abbia maggior carico di un vecchio opificio, si fa presente che le stesse cose che si fanno con il Piano Casa si possono fare con diverse altre leggi vigenti sulla riqualificazione e rigenerazione urbana, con l’unica differenza che ampliano la discrezionalità politica e tecnica, “allungando” la catena della decisione a eventuali “manine” e minando il concetto di edilizia come atto dovuto. I temi, cioè, dell’ecologia dell’uomo, come predica Papa Francesco.
Il Piano Casa, invece, funziona con il meccanismo del permesso di costruire diretto, in caso di aree urbanizzate, oppure convenzionato in caso di urbanizzazioni incomplete. È esclusa quindi l’ipotesi del cittadino che col cappello in mano si rivolge ai potenti di turno con tutto il carico di rischi corruttivi che ciò comporta. Certo, bisogna ammetterlo, l’edilizia come atto dovuto e senza mediazioni discrezionali, toglie potere a un gruppo di pianificatori agganciati e ben remunerati, presenti in tutte le degustazioni di vini e vernissage, che pretendono di decidere gli stili di vita delle persone, affacciandosi nella sociologia e nell’olismo, cioè quella pratica dialettica che aggiunge sempre un argomento sino a quando chi parla non riesce ad avere ragione.
Il Piano Casa avrebbe il difetto, secondo i suoi detrattori, di recuperare il vecchio patrimonio edilizio, pianificato da vecchi pianificatori, senza però ricorrere a nuove pianificazioni. Ma questa è semmai la sua virtù e non il suo peccato. La normativa esclude, infatti, un groviglio illogico e improduttivo, organizzato attorno alla catena della pianificazione delle pianificazioni, per pianificare ciò che in precedenza era stato pianificato e per prepararsi alla pianificazione di ciò che sarà certamente pianificato. Una babele di regole e di incarichi professionali, che può ben giustificare le ostilità più eclatanti.

Ma perché i sostenitori della pianificazione scalpitano, eccitando molte persone in buona fede al grido “mamma gli speculatori”? Sulla remunerazione delle prestazioni professionali perdute si è già detto; c’è però un altro motivo, più culturale, che però si fa fatica a riconoscere. Si tratta dell’adesione inconscia a un modello autoritario della vita, la pianificazione appunto, che in Italia fu affermata con prepotenza da Mussolini con la legge urbanistica del 1942, nel Reich con l’opera del ministro del Führer Walter Darrè e la sua nobiltà del suolo e del sangue e in Urss con il Gosplan (Comitato statale per la pianificazione). Non a caso lo statista della libertà italiana, Alcide De Gasperi, non parlerà mai di pianificazione ma di programmazione, e non è una distinzione da sofisti. Programmare significa dare durata alle cose che si fanno, riducendo il carico di ambiguità alla parola “cambiamento”, assicurando alle persone la libertà piena nel cogliere e non perdere tutte le occasioni che il mondo e il mercato propongono, con il limite della riduzione degli impatti e con l’obbligo di tendere la mano al soldato che marcia più lento; in particolare al più prossimo, a quello più vicino, a quello che s’incontra per strada, disperato sporco affamato o problematico, che l’intellettuale di casa nostra non riesce nemmeno a guardare perché proiettato con lo sguardo alle disuguaglianze più lontane, a quelle che non si vedono direttamente e che richiedono come impegno al più qualche saggio lungo o breve, oppure autoassolutorii tweet.

Pianificare significa, invece, organizzare un modello di mondo e di vita da elargire agli altri sul presupposto che gli altri non siano in grado di provvedere a se stessi. E se la proposta pianificatoria trova resistenze, al posto delle purghe non più di moda si avanza con il linciaggio carico d’odio a mezzo social, in nome del clan di “giusti”, pochi ma rumorosi, che sanno sempre distinguere (naturalmente nelle vite degli altri e mai nelle proprie) il bene dal male, il grano dal loglio. E la consueta idea del popolo incolto e rozzo, figurarsi se muratore, che ha bisogno della mano guida degli intellettuali per non deragliare. Chi poi siano questi intellettuali, quali e quanti libri bisogna aver letto per esserlo e qual è l’autorità che rilascia questa speciale patente di guida è tutt’altro discorso.
Come altro discorso è il fatto che gli stipendi di questi intellettuali siano pagati proprio grazie alla produzione assicurata da muratori, agricoltori, commercianti e capitani d’impresa: i settori produttivi a più alta densità di posti di lavoro. Lavoro e lavori, parole magiche.
C’erano una volta politici che dedicavano l’intera vita all’apertura di fabbriche e cantieri, e che combattevano affinché in quei luoghi ci fosse rispetto per i lavoratori. Oggi, invece, ci sono politici e commentatori politici che dall’alto di uno stipendio fisso reclamano il rispetto delle condizioni di lavoro e nel frattempo “lavorano”, seduti a scrivere o in piedi a manifestare, per chiudere fabbriche e cantieri. È questo il punto su cui ci siamo persi e che qualche tempo fa ha fatto domandare, a un allibito Luciano Canfora, ma che razza di sinistra è quella che chiude le fabbriche e i cantieri? L’idea che la politica sia il tutto di ogni parte della vita e che dalla politica e dal ruolo degli intellettuali veri o presunti discenda il bene è un’idea sbagliata. È dimostrato infatti che la politica non contiene tutta la vita e tutto il sentimento, e che fuori dalla politica c’è la vita delle persone, quelle normali, la maggioranza, che pensano ancora alla libertà e ai mezzi per liberarsi dal bisogno, dalla sofferenza e dal male; da una serie di problemi molto pratici, compreso quello della casa, che l’approccio totalitarista alla politica può solo mortificare.

Il Piano Casa non risolve i problemi del mondo, ovviamente, ma aiuta a ricordare con Bukowski che “s’incomincia a salvare il mondo salvando un uomo alla volta. Tutto il resto è magniloquenza romantica o politica”. Lo scrisse nelle sue Storie di ordinaria follia. Appunto.

Intervento pubblicato su Nuovo Quotidiano di Puglia di lunedì 15 novembre 2021, pagina 1

Vaccinazioni, Amati: “L’anno scorso 30mila contagi in più al giorno. Copertura vaccinale però diminuisce e nel fine settimana crolla. Serve accelerata nuove dosi”

“Il 13 novembre di un anno fa l’Italia con 40.902 toccava il picco di contagi giornalieri. Ieri, senza lockdown, i nuovi casi sono stati 8544. E non parliamo della quantità di posti di terapia intensiva liberi. Serve vaccinarsi perché dopo sei mesi dal completamento del primo ciclo, ci dicono gli esperti, la copertura diminuisce notevolmente. Finora gli scienziati non hanno sbagliato. In Puglia dobbiamo accelerare. Abbiamo raggiunto solo il 30 per cento del target di vaccinabili: è un dato preoccupante. Dobbiamo accelerare e non possiamo sopportare i crolli del fine settimana”.

Lo dichiara il presidente della Commissione regionale Bilancio e programmazione Fabiano Amati, commentando i dati della campagna vaccinale aggiornati alle ore 6:14 del 14 novembre 2021.

“Nella giornata di ieri, 13 novembre, sono state somministrate 1.616 dosi. Meno 10.576 dosi rispetto al 12 novembre, meno 11.687 dosi rispetto al 11 novembre e meno 10.699 dosi rispetto al 10 novembre.
Le 1.616 dosi somministrate ieri sono così suddivise: 137 addizionali, 919 richiami, 165 prime dosi, 382 seconde dosi e 13 a persone con pregressa infezione.
Le dosi addizionali somministrate sinora, cioè quelle destinate alle persone trapiantate, immunodepressi e pazienti oncologici, sono 17.272, su un totale complessivo di 155.641. Ne restano dunque da vaccinare con dose addizionale 138.369.
Le dosi di richiamo (booster) somministrate sinora, cioè quelle destinate per ora a persone ultra sessantenni e operatori sanitari, sono 122.748, su un totale complessivo di 305.806. Ne restano dunque da vaccinare con dose di richiamo 183.058.
I vaccinati totali con dose addizionale e richiamo sono 140.020 su un totale di 461.447, pari al 30,34 per cento. Ne restano da vaccinare 321.427.
Nella classifica nazionale della vaccinazione per dose addizionale la Puglia è in generale al sedicesimo posto con lo 0,44 per cento. Nel dettaglio: undicesima nella fascia d’età 12-19, sedicesima nella fascia 20-29, dodicesima nella fascia 30-39, undicesima nella fascia 40-49, decima nella fascia 50-59, sedicesima in quella 60-69 anni, sedicesima nella fascia 70-79 anni, diciassettesima nella fascia 80-89 anni, dicioannovesima nella fascia dai 90 anni in su.
Nella classifica nazionale della vaccinazione per dose di richiamo (booster) la Puglia è in generale al sedicesimo posto con il 3,13 per cento. Nel dettaglio: quinta nella fascia d’età 12-19, quarta nella fascia 20-29, quarta nella fascia 30-39, quinta nella fascia 40-49, sesta nella fascia 50-59, undicesima in quella 60-69 anni, quindicesima nella fascia 70-79 anni, sedicesima nella fascia 80-89 anni, diciottesima nella fascia dai 90 anni in su.
La popolazione pugliese che rientra nella fascia d’età vaccinabile contro il Covid è di 3.544.797 abitanti: di questi hanno ricevuto la prima dose l’86,93 per cento, anche la seconda l’80,97 per cento.
Sono invece 490.493 i pugliesi che non hanno ancora ricevuto alcuna dose di vaccino.
Abbiamo in giacenza 664.375 vaccini.
Al momento la percentuale di occupazione delle terapie intensive pugliesi è ferma al 3,9 per cento. Più nel dettaglio ci sono complessivamente 19 ricoverati in terapia intensiva su 482 posti letto disponibili. I ricoverati in area non critica sono 160 su 2745 posti letto disponibili”.

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La diagnosi precoce e le lungaggini della burocrazia

di Amati Fabiano

L’obiettivo sulla carta c’è: diagnosi precoce e accesso ai farmaci innovativi, supportati dagli straordinari passi in avanti della genetica e della genomica. Facile a dirsi e difficile a farsi.
Dicono che il Mezzogiorno sia in ritardo. È così, ma il resto del Paese non se la passa poi meglio, avvolto in procedure attorcigliate intorno a gruppi di studio e conferenze, tavoli e tavolini, organizzati per non perdersi nemmeno un po’ dei poteri nuovi. Ed è così che procedure semplici e alla portata di tutti stentano a diventare prassi, immolando nelle lungaggini tante vite e tante speranze.
Andiamo per esempi, la scienza della praticità.

Primo: screening per l’atrofia muscolare spinale (Sma). Una goccia di sangue prelevata dal piedino di tutti i neonati, per sapere senza dubbi se quel mostro, che fa spegnere i motoneuroni e progressivamente tutti i movimenti, ha trovato alloggio. Casi rari ma ci sono, e portano dolore e sofferenza. C’è una legge dello Stato che sin dal 2018 impone lo screening obbligatorio e consente così di approfittare, in fase presintomatica, delle più innovative terapie, comprese quelle genetiche. Purtroppo l’attività non parte, perché da quasi tre anni si attende l’aggiornamento dell’elenco degli screening da parte dal ministero della Salute. Una sequenza raccapricciante di riunioni e tavoli, come se l’Amministrazione fosse una gigantesca falegnameria; e se per caso ci si dimentica d’invitare un qualsiasi portatore d’interessi bisogna ricominciare daccapo. E intanto i bimbi malati nascono e si ritarda nella terapia, aprendo pure conflitti tra politici accordati con la prova scientifica e scienziati arrivati in politica per dimenticarsi la scienza. Ma qualche spiraglio c’è, all’italiana, un po’ per aggiramento e un po’ per sopravvivenza. Progetti pilota, come hanno fatto in Lazio e Toscana, come espediente per dire “lo faccio ma solo come esperimento”; oppure fregandosene del galateo leguleio e burocratico, come accaduto in Puglia, e facendolo partire con legge e per tutti i neonati – altro che progetto pilota! – e con il Ministero che per pudore ha deciso di soprassedere da un’impugnativa dinanzi alla Consulta che sarebbe sembrata una commedia processuale: convenire cioè in giudizio una Regione perché osa fare prima ciò che il Ministero tarda a disporre per tutti. Dunque, Puglia per tutti i neonati e Lazio e Toscana come esperimento fanno lo screening, e gli altri neonati italiani? Niente. Una differenza di trattamento fuori da ogni grazia.

E avanti con gli esempi. Sequenziamento dell’esoma. Si tratta di una tecnica con cui dall’1 per cento del Dna si possono diagnosticare l’85 per cento delle malattie rare. Una meraviglia di predittività, con tecnologie che migliorano giorno dopo giorno, in grado di affinare la profilassi, calibrare le cure ed eventualmente sottrarsi al rischio. Escludiamo gli esiti di mera predittività del test, cioè conoscere in anticipo il rischio di ammalarsi per poi asportare gli organi obiettivo (per intenderci, il caso di Angelina Jolie), e i casi di turbamento etico per la conoscenza di una diagnosi potenzialmente infausta e però priva di protocolli terapeutici. Mantenendoci nella gestione ordinaria del test, in Italia non esiste in termini strutturali e a carico del servizio sanitario nazionale l’utilizzo della tecnica del sequenziamento, con puntualizzazione dei laboratori di genomica di riferimento e protocolli definiti. Tutto è lasciato alla buona volontà dei genetisti, i quali sono costretti a ricorrere a decine di escamotage pur di assicurare la prestazione. Nei nuovi come nei vecchi decreti sui Livelli essenziali di assistenza (Lea), ossia la “tavola” burocratica, meno accordata con i progressi della ricerca scientifica, l’allestimento avviene a buccia di cipolla. Un primo strato è la legge: dopo averla approvata sembra cosa fatta ma non è così.

Il secondo strato è il decreto sui LEA con l’elenco dettagliato e illeggibile – per volume – di ciò che si può fare, ma non basta ancora. II terzo strato è la decisione sulle tariffe di ogni singola prestazione annoverata nell’onnipresente libro Lea, quale condizione per attivare la prestazione e quale sub condizione per eseguire la legge. È un gioco? Si. Un gioco fatto di perdite di tempo con la giustificazione della complessità e della prudenza, che ormai sembrano gli antagonisti di quella particolare condizione umana che invece andrebbe affrontata giocando d’anticipo sui tempi: la malattia. In Puglia è stata approvata una legge che mette ordine e definisce la tecnica del sequenziamento dell’esoma. Prima e unica regione italiana. I tecnici del Ministero segnalano però che la prestazione non è prevista nei Lea, sempre loro, e altre obiezioni marginali e susseguenti. II Consiglio regionale ribatte che le prestazioni sono nei Lea del 2017, indicando pure i codici. I tecnici del Ministero rilanciano, allora, con la notizia che i Lea del 2017 non sono ancora efficaci, perché manca la definizione delle tariffe. Il Consiglio regionale pronto rintuzza, indicando che anche nei Lea precedenti, quelli del 1996, la tecnica è prevista. Risultato del tram tram? L’impugnazione dinanzi alla Consulta è confermata dal Governo ma non più sulla violazione dei Lea ma su altri profili marginali, preoccupandosi però di segnalare che il ricorso rappresenta un moto di equità, una sorta di misticismo fatto di glorioso svuotamento di sé per far posto all’Altro, così da evitare che i cittadini pugliesi abbiano prestazioni maggiori rispetto a quelli delle altre regioni.

L’equità, una parola ingannevole in questo contesto. Non sarebbe più equo, fuori dai moti mistici, fare in modo che tutte le regioni assicurino le stesse prestazioni piuttosto che rallentare le regioni con maggiore buona volontà? Risposta scontata. Già scriverla sembra un oltraggio. Ricapitoliamo. C’è una regione, la Puglia, che prova ad assicurare a larga scala, nell’ambito del sistema sanitario, una tecnica diagnostica di grande innovazione. Lo Stato crea intralci e i genetisti continuano a effettuare per moto spontaneo meritorio e in modo disordinato le prestazioni. Nel frattempo, le Regioni rimborsano tutte le prestazioni, sulla base dei Lea del 1996, e in attesa di avviarsi verso l’elenco più puntuale contenuto nei Lea del 2017. Ma c’è un però – teniamoci forte! -: quest’ultima previsione del 2017 consente di sequenziare solo sino a 47 geni su un pannello clinico complessivo e utile di circa 4mila. Si pensi che è di 63 geni, cioè molto di più dei 47 massimi autorizzati nei Lea, il pannello da sequenziare per la forma più ordinaria di retinite pigmentosa. E allora che succede? Semplice, il genetista spezzetta le prescrizioni, chessò una da 33 e l’altra da 30. Totale 63, ma la prescrizione è corretta perché ognuna è contenuta nel numero “magico” di 47. Ce n’è ancora? Certo.
Terzo esempio.

Le donne ammalate di carcinoma mammario, tumore molto diffuso, possono essere aiutate a evitare la chemio qualora il test genetico sul tessuto rimosso dia esito incerto. Questo test quindi (in commercio da diversi anni e purtroppo sino a qualche tempo fa non utilizzato nel servizio sanitario italiano) esclude dalla chemioterapia adiuvante le donne che da questo trattamento ne potrebbero ricevere più danni che benefici. L’Italia decide di colmare il ritardo grazie al Covid, perché – si ragiona dalle parti del Ministero – conoscere con sicurezza i casi che hanno bisogno di chemio e quelli che non ne hanno bisogno aiuta a ridurre gli accessi negli ospedali e i rischi di contagio. Insomma, questo test genetico arriva, finalmente, non tanto per colmare un ritardo ma come misura per ridurre gli assembramenti ospedalieri. In un modo o nell’altro, comunque, grazie a Dio. E allora viene adottato a maggio scorso un decreto ministeriale, concedendo alle Regioni due mesi di tempo per adeguarsi e partecipare al riparto delle risorse messe a disposizione. A settembre, probabilmente invidiose della lemma ministeriale, cinque regioni (Piemonte, Veneto, Molise, Puglia e Calabria) non avevano ancora provveduto ad accogliere la già tardiva sollecitazione. La Puglia – va precisato – nel frattempo ha provveduto; speriamo che anche le altre quattro abbiano fatto altrettanto. Per non farci mancare nulla, anticipiamo il prossimo probabile intoppo ma solo al fine di non intoppare. Alcuni studi avanzati concludono sull’utilità del test genetico da eseguire sulle pazienti affette da carcinoma mammario anche in fase pre-operatoria per valutare nel complesso tutto il percorso terapeutico e non solo la scelta chemioterapica. Senza addentrarci nei dettagli scientifici, si preannuncia dunque la necessità di aggiungere il test tra gli esami di prammatica nel percorso diagnostico e a carico del servizio sanitario. Non sarebbe il caso di farci trovare pronti? Non possiamo sperare ogni volta in una pandemia per fare passi in avanti. Può bastare?
Facciamo un altro esempio.

Andare a più di tre può emanciparci dall’anedottica alla statistica. E quattro sia. Brca1 e Brca2. E non è la sigla di un volo da Bari a Cagliari. Queste due sigle significano “Gene del cancro al seno”. Si tratta in sostanza di test genetici in grado di dirci se la maledizione di un cancro al seno è stata la conseguenza di un colpo di sfiga oppure un “regalo” genetico degli avi. La conseguenza di questa notizia ha un duplice valore nel processo di risparmio di vite umane: sia per la paziente interessata (nella prospettiva di una probabile recidiva) che per i suoi parenti più o meno stretti. Per la paziente il test è a carico del servizio sanitario – almeno questo per compensare tanta “fortuna” – ma non è previsto, sia pur con quota di compartecipazione alla spesa, per i suoi parenti perché quei test non sono autorizzati come screening generalizzato dal solito elenco Lea. E qui le valutazioni sono due. Una, l’opportunità di considerarlo, nel “librone” Lea e al più presto, quale screening generalizzato in grado di risparmiare vite umane e risorse economiche. Due, non si può accettare l’idea che possa essere considerato screening invece che una procedura di diagnosi avanzata, la sottoposizione al test di persone nella cui catena di parentela è stata riscontrata una mutazione genetica, idonea – in termini di probabilità – a far scoppiare il caso di malattia. In altri termini: c’è una persona ammalata che attraverso i test Brca1 e Brca2 riscontra la propria predisposizione genetica. Ciò dovrebbe suggerire l’estensione a carico del servizio sanitario e con il regime della compartecipazione alla spesa, del test ai familiari di primo grado (genitori, fratelli, figli), così da verificare l’ulteriore predisposizione genetica e quindi una necessaria e più approfondita attività periodica di sorveglianza, come lo può essere la più dettagliata risonanza magnetica al posto dell’ordinaria mammografia. Ma purtroppo non si può fare perché, come al solito, non è previsto nei Lea. Un non senso che ci costa in termini di vite umane e assistenza in misura di molto maggiore, come conseguenza di diagnosi tardiva o non tempestiva. E ora basta con gli esempi.

La genetica e la genomica sono scienze veloci e introducono nuove tecnologie nel tempo che la burocrazia riesce a digerire quelle precedenti e diventate già vecchie. Questo è il problema. ll plotone dell’innovazione non può marciare al passo di uno Stato che ha il gusto sadico di svolgere la parte del soldato più lento. E a questo punto si spera che a nessuno venga in mente di organizzare un tavolo tecnico per analizzare le lentezze con cui combattere la lentezza. La malattia burocratica dell’Italia in sanità è certamente grave ma per essere curata servono solo vecchie e sempre efficaci medicine: lavoro e decisione.

Intervento pubblicato su Quotidiano del Sud Bari Bat Murge di domenica 14 novembre 2021, pagina 6

Vaccinazioni, Amati: “Rischiamo i 15mila contagi giornalieri e a Trani pare ci sia una lista d’attesa al 2022”

 

“Ieri eravamo a solo più 15 vaccini rispetto al giorno prima ma abbiamo fatto di peggio: oggi meno 1181 rispetto a ieri. Il tasso di crescita di contagi, ci dicono i dati, è del 50 per cento in più ogni settimana. Giorgio Sestili, il fisico che ha ideato l’algoritmo per il calcolo dell’indice Rt che ci ha salvato finora dice che a questo ritmo l’Italia raggiungerà i 15mila casi giornalieri a fine mese, e per Natale potrebbero essere 30mila al giorno. Nel frattempo in Puglia scopriamo dalla stampa che a Trani c’è un mese di attesa per la prima dose e per la terza bisogna aspettare il 2022 perché i posti sono pochi. Non sottovalutiamo questi segnali”

Lo dichiara il presidente della Commissione regionale Bilancio e programmazione Fabiano Amati, commentando i dati della campagna vaccinale aggiornati alle ore 6:12 del 13 novembre 2021.

“Nella giornata di ieri, 12 novembre, sono state somministrate 11.375 dosi. Meno dosi rispetto al 11 novembre, meno 775 dosi rispetto al 10 novembre e meno 3980 dosi rispetto al 9 novembre.
Le 11.375 dosi somministrate ieri sono così suddivise: 433 addizionali, 7.115 richiami, 1.007 prime dosi, 2.740 seconde dosi e 80 a persone con pregressa infezione.
Le dosi addizionali somministrate sinora, cioè quelle destinate alle persone trapiantate, immunodepressi e pazienti oncologici, sono 17.070, su un totale complessivo di 155.641. Ne restano dunque da vaccinare con dose addizionale 138.571.
Le dosi di richiamo (booster) somministrate sinora, cioè quelle destinate per ora a persone ultra sessantenni e operatori sanitari, sono 121.187, su un totale complessivo di 305.806. Ne restano dunque da vaccinare con dose di richiamo 184.619.
I vaccinati totali con dose addizionale e richiamo sono 138.257 su un totale di 461.447, pari al 29,96 per cento. Ne restano da vaccinare 323.190.
Nella classifica nazionale della vaccinazione per dose addizionale la Puglia è in generale al diciassettesimo posto con lo 0,43 per cento. Nel dettaglio: undicesima nella fascia d’età 12-19, quattordicesima nella fascia 20-29, dodicesima nella fascia 30-39, undicesima nella fascia 40-49, decima nella fascia 50-59, sedicesima in quella 60-69 anni, sedicesima nella fascia 70-79 anni, diciassettesima nella fascia 80-89 anni, dicioannovesima nella fascia dai 90 anni in su.
Nella classifica nazionale della vaccinazione per dose di richiamo (booster) la Puglia è in generale al tredicesimo posto con il 3,09 per cento. Nel dettaglio: quinta nella fascia d’età 12-19, quarta nella fascia 20-29, quarta nella fascia 30-39, quinta nella fascia 40-49, sesta nella fascia 50-59, decima in quella 60-69 anni, quindicesima nella fascia 70-79 anni, quindicesima nella fascia 80-89 anni, diciottesima nella fascia dai 90 anni in su.
La popolazione pugliese che rientra nella fascia d’età vaccinabile contro il Covid è di 3.544.797 abitanti: di questi hanno ricevuto la prima dose l’86,92 per cento, anche la seconda l’80,95 per cento.
Sono invece 490.843 i pugliesi che non hanno ancora ricevuto alcuna dose di vaccino.
Abbiamo in giacenza 667.095 vaccini.
Al momento la percentuale di occupazione delle terapie intensive pugliesi è ferma al 3,9 per cento. Più nel dettaglio ci sono complessivamente 19 ricoverati in terapia intensiva su 482 posti letto disponibili. I ricoverati in area non critica sono 159 su 2745 posti letto disponibili”.

Per ulteriori informazioni consultare il portale https://fabianoamati.it/covidreport/home

Lopalco e strumentalizzazione Sma, Amati: “Si giustifica con dichiarazioni inappropriate e volgari. Farmaco prescritto da specialista”

Dichiarazione del consigliere regionale Fabiano Amati, con riferimento alle dichiarazioni dall’assessore dimissionario Lopalco che, a distanza di 24 ore, continua a lanciare nell’agone della polemica politica la tragedia di alcune famiglie pugliesi.

“A tutela di Paolo e di tutti i bimbi malati di Sma rispondo alle vergognose illazioni dell’assessore Lopalco, prive di prova scientifica, decisamente incoscienti e finalizzate a una terribile strumentalizzazione.
Mi riservo di farlo al meglio in futuro, quando lo vedrò con me seduto nei banchi del Consiglio regionale, assieme agli altri 51 politici locali e se il suo lignaggio superiore gli suggerirà di ribassarsi al basso livello dei suoi colleghi.
Per ora sottolineo la gravità delle sue dichiarazioni: accusatorie nei confronti del medico prescrittore del farmaco, che a suo dire avrebbe agito “sotto le enormi pressioni del caso” e “per l’ultima volta”, quindi in stato di soggezione psicologica e perciò senza alcuna scienza né coscienza; inappropriate nei confronti del Governo regionale di cui faceva parte, che starebbe mettendo a punto un “escamotage amministrativo” per pagare il farmaco e quindi un trucco contabile elusivo delle leggi di finanza pubblica, cioè un reato; volgari nell’accostamento della terapia genica Zolgensma al rimedio magico di Stamina e quindi con la volontà parolaia di rappresentarci come prede d’illusionismo ordito dalla casa farmaceutica Novartis e da tutti i neuropsichiatri infantili che lo stanno prescrivendo nel mondo.
E il tutto tacendo sul fatto che l’Ema e Fda, come la stessa Aifa riferisce, non hanno alcuna preclusione regolatoria sulla somministrazione a pazienti tracheostomizzati.
Fatto sta che c’è una prescrizione medica chiara – perché la Pubblica Amministrazione parla con gli atti e non con i sentito dire – cui bisogna prestare ossequio secondo le leggi italiane.
La verità è che Lopalco si è dimesso perché Emiliano non gli fa giustamente toccare palla, assegnando tutti i compiti ai dirigenti e ai funzionari, perché la scienza dell’amministrazione pubblica presuppone grandi disponibilità al lavoro e conoscenza delle norme e dell’organizzazione di strutture complesse.
Ma se egli ha qualcosa da rimproverare a Emiliano, che ha tutta la mia solidarietà e il mio sostegno, non strumentalizzi più i casi dei poveri bimbi e delle loro famiglie.
Infine: nemmeno nell’URSS di Stalin avrebbero capovolto la verità dell’audizione con i medici di Boston, che a mia domanda specifica rispondevano di aver riscontrato benefici non soggettivi e che nessuno dei cinque bimbi era deceduto. E su questo non c’è la mia parola contro quella di Lopalco ma la registrazione integrale dell’audizione che metto a disposizione di chiunque lo voglia”.

Vaccinazioni, Amati: “I contagi stanno aumentando e noi abbiamo fatto 15 vaccini in più del giorno prima. Domani è sabato. Terremo aperti gli hub?”

 

“In Puglia registriamo un aumento dei contagi del 17,8 per cento. Solo ieri, ancora, 262 nuovi contagiati. Tutti gli indicatori nazionali sono in rialzo tanto che il Commissario Figliuolo ha annunciato la riapertura di 70 hub dell’Esercito. Ci hanno salvato le vaccinazioni. Ma il fisiologico abbassamento della copertura di chi l’ha fatto per primo e delle persone fragili sta per coincidere con l’abbassamento delle temperature che notoriamente favoriscono il contagio. Non ci possiamo permettere che l’accelerata sia di soli 15 vaccini in più, soprattutto se la gran parte dei giorni registriamo segni meno. Spero che questo weekend sia di lavoro per gli hub e non di fermo”.

Lo dichiara il presidente della Commissione regionale Bilancio e programmazione Fabiano Amati, commentando i dati della campagna vaccinale aggiornati alle ore 6:12 del 12 novembre 2021.

“Nella giornata di ieri, 11 novembre, sono state somministrate 11.960 dosi. Più 15 dosi rispetto al 10 novembre, meno 3.369 dosi rispetto al 9 novembre e meno 1.705 dosi rispetto al 8 novembre.
Le 11.960 dosi somministrate ieri sono così suddivise: 467 addizionali, 6.595 richiami, 1.188 prime dosi, 3.597 seconde dosi e 113 a persone con pregressa infezione.
Le dosi addizionali somministrate sinora, cioè quelle destinate alle persone trapiantate, immunodepressi e pazienti oncologici, sono 16.589, su un totale complessivo di 155.641. Ne restano dunque da vaccinare con dose addizionale 139.052.
Le dosi di richiamo (booster) somministrate sinora, cioè quelle destinate per ora a persone ultra sessantenni e operatori sanitari, sono 113.070, su un totale complessivo di 305.806. Ne restano dunque da vaccinare con dose di richiamo 192.736.
I vaccinati totali con dose addizionale e richiamo sono 129.659 su un totale di 461.447, pari al 28,01 per cento. Ne restano da vaccinare 331.788.
Nella classifica nazionale della vaccinazione per dose addizionale la Puglia è in generale al quattordicesimo posto assieme alla Lombardia con lo 0,42 per cento. Nel dettaglio: undicesima nella fascia d’età 12-19, quindicesima nella fascia 20-29, dodicesima nella fascia 30-39, undicesima nella fascia 40-49, nona nella fascia 50-59, quindicesima in quella 60-69 anni, sedicesima nella fascia 70-79 anni, sedicesima nella fascia 80-89 anni, dicioannovesima nella fascia dai 90 anni in su.
Nella classifica nazionale della vaccinazione per dose di richiamo (booster) la Puglia è in generale al quindicesimo posto con il 2,88 per cento. Nel dettaglio: sesta nella fascia d’età 12-19, quarta nella fascia 20-29, quarta nella fascia 30-39, quinta nella fascia 40-49, settima nella fascia 50-59, decima in quella 60-69 anni, sedicesima nella fascia 70-79 anni, quattordicesima nella fascia 80-89 anni, diciottesima nella fascia dai 90 anni in su.
La popolazione pugliese che rientra nella fascia d’età vaccinabile contro il Covid è di 3.544.797 abitanti: di questi hanno ricevuto la prima dose l’86,88 per cento, anche la seconda l’80,86 per cento.
Sono invece 492.313 i pugliesi che non hanno ancora ricevuto alcuna dose di vaccino.
Abbiamo in giacenza 680.344 vaccini.
Al momento la percentuale di occupazione delle terapie intensive pugliesi è ferma al 3,9 per cento. Più nel dettaglio ci sono complessivamente 19 ricoverati in terapia intensiva su 482 posti letto disponibili. I ricoverati in area non critica sono 155 su 2745 posti letto disponibili”.

Per ulteriori informazioni consultare il portale https://fabianoamati.it/covidreport/home