Intervista a “Perché – l’approfondimento oltre la notizia” del 02/11/2020

Come procedono i lavori al nuovo ospedale Monopoli-Fasano; come affrontare l’emergenza #COVID pensando sia alle cure che a evitare una grave crisi economica; le misure del nuovo DPCM tra limiti e difficoltà.
Questi alcuni degli argomenti trattati nel corso della trasmissione “Perché? L’approfondimento oltre la notizia” andata in onda poco fa su @Canale7

Emergenza COVID-19: ai Comuni € 11.500.000,00. Il file con la ripartizione in Puglia

Emergenza COVID-19. Assegnazione ai Comuni di € 11.500.000,00 per interventi urgenti e indifferibili di protezione sociale in favore delle persone in grave stato di bisogno sociale. 

 

Qui il file con il dettaglio della ripartizione dei fondi ripartiti per ciascun comune della Regione Puglia.

PRI_DEL_2020_00007_AllegatoProposta.pdf.pdf

 

Effetti #IoRestoaCasa, Amati: “Un primo studio incoraggia a rispettare le misure di contenimento e ci convince a non mollare la guardia”

“La domanda più frequente in questi giorni è: ‘Ma il sacrificio di stare a casa sta avendo effetti?’. Al momento non possiamo ancora dirlo. Ovviamente. Ma ci sono buoni indizi a riguardo: c’è infatti un primo studio che ci incoraggia nel rispetto delle misure di contenimento e ci convince a non mollare la guardia. È uno studio breve e chiaro, realizzato sui dati delle cinque regioni italiane più colpite. Se le misure di contenimento paiono funzionare per quelle regioni, figurarsi per noi che abbiamo cominciato nella fase iniziale del contagio. Gli autori dello studio sono persone esperte nella materia, a cui dobbiamo guardare sempre con fiducia; facendo tacere i nostri rumori inesperti e urlando le lodi di chi sa. Grazie a Enrico M. Bucci (Temple University), Giuseppe De Nicolao (Università di Pavia), Enzo Marinari (Università di Roma “La Sapienza”) e Giorgio Parisi (Accademia Nazionale dei Lincei)”.
 
Lo dichiara il Consigliere regionale Fabiano Amati, Presidente della Commissione regionale bilancio.
 
“Lo studio Evoluzione regionale dell’epidemia di SARS-CoV-2 in Italia è stato reso noto nella giornata di ieri (12 marzo 2020): gli studiosi hanno deciso di considerare separatamente i dati delle principali regioni italiane, cioè quelle in cui ci siano casi sufficienti perché si possa tentare un’analisi sui dati più affidabili (morti, numero di ricoverati in terapia intensiva, numero totale di ricoverati). I confronti con comportamenti esponenziali, di raddoppiamento in intervalli di tempo costanti, sono quindi stati eseguiti sui dati provenienti da Lombardia, Emilia Romagna, Veneto, Piemonte e Marche. Per evidenziare eventuali cambiamenti rispetto a due settimane fa, si sono considerati per queste regioni gli ultimi cinque giorni di dati. L’analisi condotta – prosegue ancora Amati in merito allo studio – ha avuto due scopi: da una parte, la determinazione dello stato di avanzamento dell’epidemia nelle regioni prescelte, rispetto alla situazione in Lombardia; dall’altra la determinazione del tempo di raddoppiamento attuale in queste regioni”.
 
“Enrico Bucci, Giuseppe De Nicolao, Enzo Marinari e Giorgio Parisi hanno quindi osservato che l’avanzamento dell’epidemia nelle varie regioni sia grossolanamente correlato inversamente con la distanza dal focolaio lombardo, suggerendo che lo sviluppo sia iniziato in questa regione, diffondendosi poi a macchia d’olio nelle regioni via via più lontane, in buon accordo con l’ipotesi di un’epidemia unica. Lo studio mette in evidenza come il tempo di raddoppiamento complessivo è passato dagli iniziali 2,4 giorni a 3,4 giorni (stimato per i deceduti). Se si utilizzano i valori dei ricoverati o dei ricoverati in terapia intensiva, si ottengono valori leggermente superiori; questo probabilmente è legato all’attesa risposta ritardata della curva di crescita dei pazienti deceduti rispetto alle altre. Dunque, ‘gli effetti sul tempo di raddoppiamento osservati potrebbero essere forse correlati all’innalzamento di opportune barriere sociali, probabilmente autonomamente iniziate dai cittadini delle regioni colpite una decina di giorni fa, in seguito all’allarme sociale e in corrispondenza approssimativa con il cambio di registro comunicativo’ – spiegano nello studio –.  Tra qualche giorno sarà interessante studiare gli effetti aggiuntivi delle stringenti misure imposte pochi giorni fa dal governo, che – come ribadito in conclusione dai quattro studiosi – dovrebbero ulteriormente aumentare il tempo di raddoppiamento dei parametri seguiti”.

 

Studio in PDF >> Analisi-Regioni

 

 

Più edilizia sanitaria d’eccellenza contro le epidemie / un’analisi su Gazzetta del Mezzogiorno di oggi

Gazzetta del Mezzogiorno di martedì 10 marzo 2020

Più edilizia sanitaria d’eccellenza contro le epidemie

di Amati Fabiano

 

I piccoli ospedali non servono. II Coronavirus l’ha reso abbastanza chiaro. Ora bisogna solo ricordarselo, anche quando tutto apparterrà al passato e torneremo a dormire sonni più tranquilli. Costruire ospedali grandi e sicuri, con tutti i reparti salva vita, sarebbe stata la strada da percorrere sin dagli anni ‘70 del secolo scorso. E invece no. Nonostante fosse ormai chiaro che la ricerca e la tecnologia avessero trasformato le cure da strumento di conforto in attesa della morte a mezzo di guarigione e ritorno alla vita, si è continuato ostinatamente a tenere in piedi strutture inadeguate e fatiscenti, e perciò anche molto esposte a rischi infettivi di ogni genere. A guardarci bene un limbo: né ospedale né struttura di cura territoriale. Una mostruosità organizzativa, con grave dispersione di eccellenti esperienze professionali, alla fine dei conti tenuta in piedi per qualche assunzione e per la compilazione delle liste elettorali (“Abbiamo almeno quattro medici in lista?”: era la domanda retorica di ogni segretario di partito).

OSPEDALI PUBBLICI – Ma il Coronavirus ci ha svegliato. Forse. O almeno lo speriamo. Dobbiamo puntare agli ospedali d’eccellenza, come ha scritto qualche giorno fa Giuseppe De Tomaso. Bisogna investire ingenti risorse sull’edilizia sanitaria. Pubblica. Già, pubblica, per invertire il ridicolo paradosso che ci fa combattere il mercato nei settori dove dovrebbe esserci ma non c’è, cioè nel mondo dell’impresa e della produzione, e invece tollerarlo nelle sue forme più deviate nel settore socio-sanitario, dove ce n’è in abbondanza e non dovrebbe esserci. Il Coronavirus ci ha aperto finalmente gli occhi su cosa s’intenda per malattie “tempo dipendenti”, cioè una malattia dove arrivare in tempo significa sopravvivere, o ad “alta complessità”; entrambe curabili con efficacia solo in reparti d’eccellenza. Altro che ospedali a chilometro zero, che è già falso per melanzane e zucchine, figurarsi per gli ospedali. Altro che ospedali piccoli, indicati in esempio di virtù assistenziale solo per eccitare in mala fede le paure delle persone e tenere accese dispute politiche tra chi governa e chi si oppone, oppure per cercare con vanità attenzioni mediatiche. Stiamo pagando in queste ore l’assenza di razionalità e lungimiranza di un quarantennio. In Puglia c’è solo una dozzina di ospedali idonei a curare le gravi conseguenze del Coronavirus. Sono quei pochi ospedali d’eccellenza dotati di terapia intensiva e branche mediche ad alta specializzazione. Pochi posti, purtroppo, per un numero di malati che, Dio non voglia, potrebbero superare la più funesta delle previsioni. Se avessimo cominciato per tempo – tipo qualche decennio fa – la costruzione di ospedali grandi e d’eccellenza, oggi alla dozzina esistente ne avremmo potuto aggiungere almeno altri cinque. E invece di quei cinque solo uno è in costruzione, quello di Monopoli-Fasano.

POLEMICHE – Ricordo perfettamente le polemiche insensate sull’ultimo piano di edilizia sanitaria, quello appunto dei nuovi cinque ospedali, e le relative obiezioni: “Fanno ospedali nuovi per rubare e riempirsi le tasche. Gettano cemento ospedaliero per deturpare l’ambiente e il paesaggio. Maledetti politici”, dicevano. Il tutto seguito dal domandone finale: ma perché costruite ospedali nuovi e non ristrutturare quelli vecchi? E ancora: per quale motivo chiudono un “delizioso” (!) arcipelago di piccoli ospedali, nati dalla generosità benefattrice di numerosi benestanti interessati agli incentivi salvifici assicurati alle anime in transito dal Purgatorio? Domande irrazionali, non in grado di tenere gli occhi aperti sui modi più efficaci e moderni di curare, perché poggiati su una concezione assistenziale più vicina ai “moritori” che agli ospedali. Ex malo bonum. Dal male il bene. Come al solito. Il Coronavirus passerà. Speriamo al più presto e con danni limitati. Ma sarà stata per tutti un’esperienza così forte da valorizzare come un potente vaccino contro il virus dell’inerzia. Contro le manie della nostalgia che ci fa chiudere le finestre sul mondo che cambia e progredisce, imprigionandoci nella falsa sicurezza delle abitudini. In fondo, cos’è stata la lotta per gli ospedali sotto casa se non – come si è visto – l’effetto di una cattiva abitudine che oggi ci sta presentando il conto? Abbiamo da recuperare decenni persi vanamente. Dobbiamo aprire al più presto tutti i cantieri dei nuovi ospedali e terminare senza indugi l’unico in costruzione. E tutto questo per prepararci nel migliore dei modi ai virus che verranno, e nel frattempo offrire una grande spinta per superare la gravissima crisi economica che abbiamo davanti. Se lo faremo c’è la concreta possibilità di non affogare in una terribile orgia di non-senso la disgrazia che in qualche modo è venuta pure per educarci.

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Più edilizia sanitaria d’eccellenza