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Emergenza COVID-19: ai Comuni € 11.500.000,00. Il file con la ripartizione in Puglia
Emergenza COVID-19. Assegnazione ai Comuni di € 11.500.000,00 per interventi urgenti e indifferibili di protezione sociale in favore delle persone in grave stato di bisogno sociale.
Qui il file con il dettaglio della ripartizione dei fondi ripartiti per ciascun comune della Regione Puglia.
PRI_DEL_2020_00007_AllegatoProposta.pdf.pdf




Effetti #IoRestoaCasa, Amati: “Un primo studio incoraggia a rispettare le misure di contenimento e ci convince a non mollare la guardia”
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Più edilizia sanitaria d’eccellenza contro le epidemie / un’analisi su Gazzetta del Mezzogiorno di oggi
Gazzetta del Mezzogiorno di martedì 10 marzo 2020
Più edilizia sanitaria d’eccellenza contro le epidemie
di Amati Fabiano
I piccoli ospedali non servono. II Coronavirus l’ha reso abbastanza chiaro. Ora bisogna solo ricordarselo, anche quando tutto apparterrà al passato e torneremo a dormire sonni più tranquilli. Costruire ospedali grandi e sicuri, con tutti i reparti salva vita, sarebbe stata la strada da percorrere sin dagli anni ‘70 del secolo scorso. E invece no. Nonostante fosse ormai chiaro che la ricerca e la tecnologia avessero trasformato le cure da strumento di conforto in attesa della morte a mezzo di guarigione e ritorno alla vita, si è continuato ostinatamente a tenere in piedi strutture inadeguate e fatiscenti, e perciò anche molto esposte a rischi infettivi di ogni genere. A guardarci bene un limbo: né ospedale né struttura di cura territoriale. Una mostruosità organizzativa, con grave dispersione di eccellenti esperienze professionali, alla fine dei conti tenuta in piedi per qualche assunzione e per la compilazione delle liste elettorali (“Abbiamo almeno quattro medici in lista?”: era la domanda retorica di ogni segretario di partito).
OSPEDALI PUBBLICI – Ma il Coronavirus ci ha svegliato. Forse. O almeno lo speriamo. Dobbiamo puntare agli ospedali d’eccellenza, come ha scritto qualche giorno fa Giuseppe De Tomaso. Bisogna investire ingenti risorse sull’edilizia sanitaria. Pubblica. Già, pubblica, per invertire il ridicolo paradosso che ci fa combattere il mercato nei settori dove dovrebbe esserci ma non c’è, cioè nel mondo dell’impresa e della produzione, e invece tollerarlo nelle sue forme più deviate nel settore socio-sanitario, dove ce n’è in abbondanza e non dovrebbe esserci. Il Coronavirus ci ha aperto finalmente gli occhi su cosa s’intenda per malattie “tempo dipendenti”, cioè una malattia dove arrivare in tempo significa sopravvivere, o ad “alta complessità”; entrambe curabili con efficacia solo in reparti d’eccellenza. Altro che ospedali a chilometro zero, che è già falso per melanzane e zucchine, figurarsi per gli ospedali. Altro che ospedali piccoli, indicati in esempio di virtù assistenziale solo per eccitare in mala fede le paure delle persone e tenere accese dispute politiche tra chi governa e chi si oppone, oppure per cercare con vanità attenzioni mediatiche. Stiamo pagando in queste ore l’assenza di razionalità e lungimiranza di un quarantennio. In Puglia c’è solo una dozzina di ospedali idonei a curare le gravi conseguenze del Coronavirus. Sono quei pochi ospedali d’eccellenza dotati di terapia intensiva e branche mediche ad alta specializzazione. Pochi posti, purtroppo, per un numero di malati che, Dio non voglia, potrebbero superare la più funesta delle previsioni. Se avessimo cominciato per tempo – tipo qualche decennio fa – la costruzione di ospedali grandi e d’eccellenza, oggi alla dozzina esistente ne avremmo potuto aggiungere almeno altri cinque. E invece di quei cinque solo uno è in costruzione, quello di Monopoli-Fasano.
POLEMICHE – Ricordo perfettamente le polemiche insensate sull’ultimo piano di edilizia sanitaria, quello appunto dei nuovi cinque ospedali, e le relative obiezioni: “Fanno ospedali nuovi per rubare e riempirsi le tasche. Gettano cemento ospedaliero per deturpare l’ambiente e il paesaggio. Maledetti politici”, dicevano. Il tutto seguito dal domandone finale: ma perché costruite ospedali nuovi e non ristrutturare quelli vecchi? E ancora: per quale motivo chiudono un “delizioso” (!) arcipelago di piccoli ospedali, nati dalla generosità benefattrice di numerosi benestanti interessati agli incentivi salvifici assicurati alle anime in transito dal Purgatorio? Domande irrazionali, non in grado di tenere gli occhi aperti sui modi più efficaci e moderni di curare, perché poggiati su una concezione assistenziale più vicina ai “moritori” che agli ospedali. Ex malo bonum. Dal male il bene. Come al solito. Il Coronavirus passerà. Speriamo al più presto e con danni limitati. Ma sarà stata per tutti un’esperienza così forte da valorizzare come un potente vaccino contro il virus dell’inerzia. Contro le manie della nostalgia che ci fa chiudere le finestre sul mondo che cambia e progredisce, imprigionandoci nella falsa sicurezza delle abitudini. In fondo, cos’è stata la lotta per gli ospedali sotto casa se non – come si è visto – l’effetto di una cattiva abitudine che oggi ci sta presentando il conto? Abbiamo da recuperare decenni persi vanamente. Dobbiamo aprire al più presto tutti i cantieri dei nuovi ospedali e terminare senza indugi l’unico in costruzione. E tutto questo per prepararci nel migliore dei modi ai virus che verranno, e nel frattempo offrire una grande spinta per superare la gravissima crisi economica che abbiamo davanti. Se lo faremo c’è la concreta possibilità di non affogare in una terribile orgia di non-senso la disgrazia che in qualche modo è venuta pure per educarci.
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Più edilizia sanitaria d’eccellenza
