Visite private, Azione: “Anche Palese si accorge degli abusi. Benvenuto. Martedì in Consiglio la nostra pdl. Non ci sono scuse”

“Anche Palese si accorge degli abusi sulle visite private e sull’ALPI allargata concessa senza alcuna motivazione. Benvenuto. Eppure il 2 maggio scorso in Consiglio aveva detto che le visite private rappresentano il diritto di scelta dei cittadini. Più che un’opinione fondata, una fuffa.
C’era bisogno degli scandali degli ultimi giorni per rendersi consapevoli degli abusi nel sistema delle visite a pagamento? Non bastavano i dati della regione, facilmente consultabili con un clic?
Sono anni che diciamo queste cose, inascoltati, con un testo di proposta di legge depositato all’esame del Consiglio e mai discusso per sabotaggio. Chiediamo di esaminare martedì prossimo in Consiglio la nostra proposta: non accettiamo scuse.”

Lo dichiarano il Consigliere e commissario regionale di Azione, Fabiano Amati, i consiglieri regionali Sergio Clemente e Ruggiero Mennea, capogruppo, e del responsabile regionale sanità Alessandro Nestola.

“La nostra proposta di legge agisce sul fronte del
CUP unico regionale, del divieto di chiudere le agende e della mancata esecuzione di norme statali e regionali vigenti, sanzionando tale inadempimento con la decadenza dei DG delle Asl, e sul fronte del necessario equilibrio nei tempi, anche questo prescritto dalle leggi,
su prestazioni istituzionale e a pagamento (ALPI).
L’ALPI, ossia attività libero-professionale intramoenia, è un’attività contrattuale che discende dalla legge, dal Piano di governo delle liste d’attese e dal CCNL, che può essere sospesa qualora i tempi d’attesa sono disallineati rispetto ai tempi dell’attività istituzionale.
L’ALPI, concessa spesso anche in modalità allargata, ovvero da svolgersi presso studi privati e in molti casi senza alcuna motivazione legale, e in stretta connessione con l’indennità di rapporto esclusivo, che i medici percepiscono come voce stipendiale, e perciò grava su loro l’obbligo di lavorare in ALPI per un tempo non superiore a quello utilizzato per l’attività istituzionale.
Per i medici in extramoenia, invece, ossia quelli che svolgono l’attività a pagamento fuori dalle strutture sanitarie pubbliche, non è previsto il pagamento dell’indennità di esclusività ed è vietato dunque l’utilizzo delle strutture e delle attrezzature dell’azienda di appartenenza, per cui sono in pochissimi – e nessun direttore di unità operativa – a scegliere questo regime.
La norma proposta non dovrebbe generare alcun conflitto, salvo resistenze da conflitto d’interessi, perché è la mera esecuzione di una disposizione statale a cui si offre la conseguenza automatica della sospensione, con la legge regionale, ove non dovesse essere rispettata. Ossia, quasi sempre.
Il medico in attività ordinaria svolge una serie di attività non identificabili in visite o prestazioni diagnostiche, quali attività di reparto, attività di sala operatoria, turni di guardia e di reperibilità, consulenze per altri reparti o strutture della stessa Azienda Sanitaria, ma il calcolo sul mancato allineamento si effettua comparando le prestazioni a parità di prestazioni, ore lavorate e personale impiegato. Non è prevista, dunque una comparazione arbitraria.
La domanda sarebbe invece un’altra: come mai ci si ritrova con tempi d’attesa così diversi, rapidissimi per l’attività a pagamento e biblici per quella istituzionale, se il calcolo del disallinamento si riscontra con comparazioni omogenee? Come mai un’ora di ecografie per la propria azienda produce un minor numero di prestazioni rispetta alla stessa ora in attività libero-professionale?
Non possiamo accettare critiche prive di dati numerici, sapendo che tutti i documenti amministrativi sui volumi delle prestazioni in ALPI e istituzionali parlano di clamoroso inadempimento, peraltro confermato da tutti i DG delle Asl.
E a questi si aggiungano i clamorosi abusi che ogni giorno i cittadini sono costretti a subire, oggetto in queste settimane di clamorosi fatti vergognosi.
Infine: è vero che i medici italiani sono i peggio pagati d’Europa e che le scuole di specializzazione non formano in quantità utili per colmare la carenza di personale, ma su questo mi aspetto una presa di posizione del Governo e Parlamento nazionale, innalzando gli stipendi dei medici e infermieri e riordinare il sistema universitario.
Ma nell’attesa delle auspicabili e nuove leggi statali non si può chiudere gli occhi sulla sistematica violazione delle norme esistenti, perché questo sarebbe un espediente psicologico per evitare di farsi interpellare dal dolore delle persone.”

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Fabiano Amati

Nato a Fasano, in provincia di Brindisi, il 18 ottobre 1969. Laureato in giurisprudenza presso l’Università di Bari, svolge la professione di Avvocato. E’ attualmente Assessore Bilancio, Ragioneria, Finanze, Affari Generali della regione Puglia.