«La nostra malattia? Sono le liste bloccate»

Dalla Gazzetta del Mezzogiorno di domenica 7 marzo 2021

Intervista a Fabiano Amati
di Calpista Roberto

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Fabiano Amati (consigliere Regione Puglia e Presidente della Commissione Bilancio – Pd) oltre Zingaretti la questione delle allenze resta un motivo di divisione nel Pd? 

La malattia del PD, diventata più grave con la riduzione del numero dei parlamentari, si chiama “liste bloccate”. E siccome le elezioni si avvicinano e bisogna garantirsi un posto ecco cominciate le grandi manovre. È tutto qui il motivo del continuo omicidio o istigazione al suicidio dei leader. 

Se ci fossero le preferenze, sarebbe invece obbligatorio che il Pd, come ognuno di noi, avesse un programma di cose da fare, così da sancire le alleanze sulle base del prodotto posto all’attenzione degli elettori e non sul posizionamento di fedeltà. 

Le liste bloccate fanno invece retrocedere il dibattito e la disputa al rango di manovra e non a scontro d’idee, perdendo per strada – quindi – il dibattito sulle cose concrete, che è ciò che fa leadership di successo e partiti vincenti. 

Per comprendere tutto questo basta leggere le interviste di sindaci, presidenti di regione, consiglieri comunali e regionali, e compararle con quelle dei parlamentari. In quelle dei primi c’è la ricerca affannosa di entrare nel merito delle cose e prendere posizione, mentre nelle seconde c’è la preoccupazione altrettanto affannosa di non dire molto per non dispiacere nessuno, perché non si sa chi comanderà domani nel fare le liste. 

In Puglia siete in maggioranza con parte dei 5Stelle. Come va? E’ favorevole alla riproposizione dello schema alle prossime elezioni locali e nazionali? 

Non so se a questo punto sono io quello strano, ma anche su questo non è una questione di definizioni, soprattutto per un partito di programma come il PD, che dovrebbe essere estraneo a ogni forma di ideologia. L’alleanza con i 5Stelle ha portato in Puglia ad alcuni posti di potere per loro e due novità che già a dirle mettono inquietudine: la possibilità di far raccogliere i tartufi anche ai cittadini non residenti nei perimetri dei parchi del Gargano e della Murgia; la decisione di continuare a dare circa 15 milioni all’anno a quei gran carrozzoni dei Consorzi di bonifica, che se risparmiati si potrebbero ristrutturare almeno due ospedali per ogni anno. 

Dopo che le ho detto questo, che risulta attraverso gli atti e non le parole, come pensa che vada?

Nient’altro che manovra politica, che all’epoca servì per dire a Conte, sbagliando però i calcoli, che in Puglia erano pronti a seguirlo decine di visconti, baroni e cavalieri. Ne deriva che per quanto sia noioso dirlo, le alleanze si fanno sulle cose da fare a Roma, a Bari e nei comuni, cominciando per esempio sull’ambientalismo vero, quello dell’uomo che domina il suo stesso dominio, come fu definito in modo meraviglioso da Paolo VI in un discorso del 1970 alla FAO.

A cosa si riferisce precisamente? 

Faccio un esempio. Tutti vogliamo il mondo verde e l’idrogeno, senza rinunciare al progresso e al mondo sempre più bisognoso di energia. Tuttavia, per avere l’idrogeno si può decidere di mettere una scala sino al sole così da portalo tutto pronto sulla terra, cioè una cosa impossibile, oppure alimentare una scarica di energia pari a un fulmine, in grado di scagliarsi su una goccia d’acqua, così da slegare l’idrogeno dall’ossigeno. Come si alimenta questo fulmine? O con i combustibili fossili, e io preferisco il gas, oppure con le rinnovabili, cioè una combinazione essenziale tra fotovoltaico, eolico e biomasse. E invece? Leggo opinionisti di ogni tipo contro i gasdotti, i serbatoi di gas e gli impianti di rinnovabili, e osservo richieste di autorizzazioni per rinnovabili ferme sulle scrivanie e aste per l’assegnazione dei gigawatt che vanno quasi deserte, a differenza della Spagna, per esempio, dove la domanda supera l’offerta. 

Siamo cioè immersi in un mondo di opinioni e condotte amministrative altamente inquinanti, perché non in grado di farci raggiungere i migliori obiettivi ambientali, alla faccia della rivoluzione verde, dell’idrogeno e delle politiche per le prossime generazioni.

Il Pd, corrente sindaci e governatori, dicono che fare un congresso ora in piena pandemia è fuori dal mondo. Che ne pensa?

Penso che abbiamo ragione. I discorsi delle persone in questo momento sono indirizzati dal vocabolario della pandemia e indisponibili a recepire messaggi che possono essere interpretarti solo con il breviario della follia, cioè quella di vedere una riunione di persone che all’ora del TG si mettono in posa per reclamare la fine delle correnti, il trionfo del riformismo e la virtù del comunitarismo contro ogni leadership, per celare un riequilibro del potere interno per poter fare le liste. Si, sempre loro, quelle bloccate. Se invece del congresso si facesse una riforma della legge elettorale, introducendo le preferenze, svanirebbe in un attimo la smania per il congresso. 

A proposito, lei è in prima linea per sbrogliare la matassa delle vaccinazioni. Sono stati fatti errori a livello pugliese e nazionale? 

A livello pugliese, dico da dicembre che non bisogna limitarsi a mettere carte a protocollo ma stare sul campo, come si faceva nella Protezione civile che ho contribuito a fondare, e che servono grandi centri vaccinali, in grado di realizzare al più presto l’immunità di popolazione; e tutto questo detto con numeri alla mano e aiutato da epidemiologi senza tentazioni politiche.

E mentre cercavo di aiutare ad allestire il centro che allo stato risulta il più grande di Puglia, il Fasano-Conforama, c’era chi spiegava che era sufficiente la frammentazione localistica nonostante la grave carenza di personale. Oggi, invece, tutti convertiti ai grandi centri vaccinali, solo che abbiamo perso tre mesi. 

A livello nazionale, invece, credo che bisogna eliminare al più presto il limite dei 65 anni per l’utilizzo del vaccino AstraZeneca, così come avviene in altro paesi europei e com’è hanno scritto autorevoli esponenti delle società scientifiche, perché abbiamo bisogno di fare in fretta e terminare in poche settimane la vaccinazione degli ultra-ottantenni, super fragili e fragili. 

Amati lei è noto per appartenere alla “corrente Amati”. Una mosca bianca nel Pd. Come vede il futuro del partito alla luce anche del governo di interessa nazionale? 

In realtà vorrei appartenere alla corrente delle persone che si fanno coinvolgere dai problemi delle persone e s’immedesimano nel dolore altrui. Ne conosco tanti. Molti non s’esprimono apertamente per paura di ritorsioni, ma non mi fanno mancare il loro sostegno e la loro simpatia. Altri conducono con me, apertamente, battaglie per costruire ospedali, strade, condotte idriche e fognarie, e con altri stiamo cominciando a lavorare assieme per organizzare la corrente delle idee che si trasformano in programmi e fatti. 

Insomma, seguo il metodo che imparai da amministratore comunale e che oggi condivido con tanti sindaci e amministratori locali, a cominciare dal più noto, Antonio Decaro; con lui condivido da anni, prima come colleghi consiglieri regionali e tra alti e bassi, l’idea che su ogni cosa bisogna fare tutto il possibile e che se lo si fa è certamente sufficiente. In qualche modo la disposizione d’animo dell’attuale governo nazionale, almeno stando al suo Presidente, che dovrebbe caratterizzare il Partito Democratico su ogni cosa, anche correndo il rischio dell’impopolarità per eccesso di chiarezza e verità, e tutto questo per vincere convincendo e per vivere senza galleggiare. 

Più edilizia sanitaria d’eccellenza contro le epidemie / un’analisi su Gazzetta del Mezzogiorno di oggi

Gazzetta del Mezzogiorno di martedì 10 marzo 2020

Più edilizia sanitaria d’eccellenza contro le epidemie

di Amati Fabiano

 

I piccoli ospedali non servono. II Coronavirus l’ha reso abbastanza chiaro. Ora bisogna solo ricordarselo, anche quando tutto apparterrà al passato e torneremo a dormire sonni più tranquilli. Costruire ospedali grandi e sicuri, con tutti i reparti salva vita, sarebbe stata la strada da percorrere sin dagli anni ‘70 del secolo scorso. E invece no. Nonostante fosse ormai chiaro che la ricerca e la tecnologia avessero trasformato le cure da strumento di conforto in attesa della morte a mezzo di guarigione e ritorno alla vita, si è continuato ostinatamente a tenere in piedi strutture inadeguate e fatiscenti, e perciò anche molto esposte a rischi infettivi di ogni genere. A guardarci bene un limbo: né ospedale né struttura di cura territoriale. Una mostruosità organizzativa, con grave dispersione di eccellenti esperienze professionali, alla fine dei conti tenuta in piedi per qualche assunzione e per la compilazione delle liste elettorali (“Abbiamo almeno quattro medici in lista?”: era la domanda retorica di ogni segretario di partito).

OSPEDALI PUBBLICI – Ma il Coronavirus ci ha svegliato. Forse. O almeno lo speriamo. Dobbiamo puntare agli ospedali d’eccellenza, come ha scritto qualche giorno fa Giuseppe De Tomaso. Bisogna investire ingenti risorse sull’edilizia sanitaria. Pubblica. Già, pubblica, per invertire il ridicolo paradosso che ci fa combattere il mercato nei settori dove dovrebbe esserci ma non c’è, cioè nel mondo dell’impresa e della produzione, e invece tollerarlo nelle sue forme più deviate nel settore socio-sanitario, dove ce n’è in abbondanza e non dovrebbe esserci. Il Coronavirus ci ha aperto finalmente gli occhi su cosa s’intenda per malattie “tempo dipendenti”, cioè una malattia dove arrivare in tempo significa sopravvivere, o ad “alta complessità”; entrambe curabili con efficacia solo in reparti d’eccellenza. Altro che ospedali a chilometro zero, che è già falso per melanzane e zucchine, figurarsi per gli ospedali. Altro che ospedali piccoli, indicati in esempio di virtù assistenziale solo per eccitare in mala fede le paure delle persone e tenere accese dispute politiche tra chi governa e chi si oppone, oppure per cercare con vanità attenzioni mediatiche. Stiamo pagando in queste ore l’assenza di razionalità e lungimiranza di un quarantennio. In Puglia c’è solo una dozzina di ospedali idonei a curare le gravi conseguenze del Coronavirus. Sono quei pochi ospedali d’eccellenza dotati di terapia intensiva e branche mediche ad alta specializzazione. Pochi posti, purtroppo, per un numero di malati che, Dio non voglia, potrebbero superare la più funesta delle previsioni. Se avessimo cominciato per tempo – tipo qualche decennio fa – la costruzione di ospedali grandi e d’eccellenza, oggi alla dozzina esistente ne avremmo potuto aggiungere almeno altri cinque. E invece di quei cinque solo uno è in costruzione, quello di Monopoli-Fasano.

POLEMICHE – Ricordo perfettamente le polemiche insensate sull’ultimo piano di edilizia sanitaria, quello appunto dei nuovi cinque ospedali, e le relative obiezioni: “Fanno ospedali nuovi per rubare e riempirsi le tasche. Gettano cemento ospedaliero per deturpare l’ambiente e il paesaggio. Maledetti politici”, dicevano. Il tutto seguito dal domandone finale: ma perché costruite ospedali nuovi e non ristrutturare quelli vecchi? E ancora: per quale motivo chiudono un “delizioso” (!) arcipelago di piccoli ospedali, nati dalla generosità benefattrice di numerosi benestanti interessati agli incentivi salvifici assicurati alle anime in transito dal Purgatorio? Domande irrazionali, non in grado di tenere gli occhi aperti sui modi più efficaci e moderni di curare, perché poggiati su una concezione assistenziale più vicina ai “moritori” che agli ospedali. Ex malo bonum. Dal male il bene. Come al solito. Il Coronavirus passerà. Speriamo al più presto e con danni limitati. Ma sarà stata per tutti un’esperienza così forte da valorizzare come un potente vaccino contro il virus dell’inerzia. Contro le manie della nostalgia che ci fa chiudere le finestre sul mondo che cambia e progredisce, imprigionandoci nella falsa sicurezza delle abitudini. In fondo, cos’è stata la lotta per gli ospedali sotto casa se non – come si è visto – l’effetto di una cattiva abitudine che oggi ci sta presentando il conto? Abbiamo da recuperare decenni persi vanamente. Dobbiamo aprire al più presto tutti i cantieri dei nuovi ospedali e terminare senza indugi l’unico in costruzione. E tutto questo per prepararci nel migliore dei modi ai virus che verranno, e nel frattempo offrire una grande spinta per superare la gravissima crisi economica che abbiamo davanti. Se lo faremo c’è la concreta possibilità di non affogare in una terribile orgia di non-senso la disgrazia che in qualche modo è venuta pure per educarci.

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Più edilizia sanitaria d’eccellenza

 

 

La cultura della resa al diritto penale di tipo neo-coloniale / approfondimento su Gazzetta del Mezzogiorno di oggi

Gazzetta del Mezzogiorno di martedì 11 febbraio 2020, pagina 13

La cultura della resa al diritto penale di tipo neo-coloniale

di Amati Fabiano

 

In fondo lo sappiamo tutti. E chi non lo dice mente, oppure non si è fermato a pensare. Il processo è un sacrilegio, scrive l’avvocato del “Terrore” Jacques Vergès. Necessario ma sacrilego. Si tratta del diritto inaudito che certi uomini si arrogano di giudicarne altri. E figurarsi che spietatezza farlo senza dargli neppure un tempo massimo. Finirà che i processi – come ha detto il PG di Roma De Siervo – termineranno con la morte del reo. Una tortura per gli imputati e un nulla di fatto per le vittime. Altro che a vantaggio di potenti e corrotti. Ma questo rischio si fa fatica a capirlo, perché le idee matte si fanno da sempre strada aggrappandosi alle suggestioni, alle paure, alle convenienze e alle parole d’ordine della propaganda.

SPECULAZIONE POLITICA – Un’opinione pubblica bombardata da un’incivile speculazione politica, da qualche brutta pagina di giornalismo, da alcuni pubblici ministeri interessati a guadagnare consenso piuttosto che la fiducia nell’ufficio e da parecchi silenzi e timidezze politiche, si sta facendo convincere che la prescrizione sia l’unico ostacolo che si frapponga tra la giustizia, le vittime del reato e il risarcimento del danno. In poche parole, prescrizione uguale impunità. E invece è proprio il contrario. Togliere la prescrizione senza fare nulla per rendere ragionevoli i tempi del processo farà allargare il carico di lavoro e il processo “morirà” nell’oblio. E con esso le aspettative delle vittime. La norma sulla prescrizione non è un cavillo offerto all’avvocato scaltro e capace, o all’imputato ricco e potente. E una norma che obbliga lo Stato a mantenere i piedi per terra e ad assicurare certezze.

Certezza del diritto non significa espandere o sospendere senza limiti il tempo del processo, come se il giudizio penale servisse per offrire, a furia di girarci attorno, illusorie verità alla storia. Certezza del diritto significa che a un certo punto, cioè in tempi ragionevoli, la questione deve essere definita senza che se ne parli più, perché né all’imputato né alla sua vittima si può infliggere la sospensione della vita mentre passano gli anni dell’esistenza. La prescrizione è una regola d’ordine che lo Stato dà a se stesso; un impegno a non violare con processi senza fine l’esigenza di dare sicurezza alla vita personale, economica e sociale delle persone. E l’affermarsi del diritto penale della libertà su quello dell’oppressione e del privilegio. E se altri paesi non hanno nel loro ordinamento la prescrizione come da noi è perché l’Italia, almeno su questo, è un modello di civiltà a cui sono gli altri a guardare e non l’ennesimo esempio di arretratezza da cui sollevarsi. Certo, è difficile capirsi su questi argomenti. Viviamo tempi in cui si pretende di deferire ogni questione al penale e al criminale, per esporre le persone al torbido clima del sospetto e del disprezzo sbattuto in prima pagina. Attraversiamo un’epoca dove in ogni momento si richiede l’intervento del pubblico ministero e non del giudice, perché ciò che conta è l’indagine con le sue vaste possibilità di spettacolarizzazione e non la virtù paziente dell’accertamento.

Si assiste con sgomento alla penalizzazione di ogni comportamento umano; siamo passati dal diritto penale frammentario (e di frammenti sempre più piccoli e puntuali) alla nomorrea penale, con conseguenze alla lunga abbastanza logiche. L’apoteosi dell’impunità o l’imprevedibilità del rischio penale, quindi la stagnazione economica e sociale. Un diritto penale, insomma, posto a svolgere la funzione di rinforzo al moralismo, come misura inversamente proporzionale alla morale, rimettendo assieme due sfere che, con duro lavoro, la civiltà giuridica aveva distinto: il reato e il peccato, la spada e il pastorale.

PELLEGRINI – Purtroppo, il Parlamento sembra accondiscendere a questo diritto penale neo-coloniale, più o meno come quello dei padri pellegrini che si preoccupavano di punire la fornicazione piuttosto che la rapina. E lo consente per difetto di mira. Non più leggi puntate sul maggior ordine che si ottiene con depenalizzazioni su tutte le condotte minori, cioè la maggior parte, così da ridurre il carico nei tribunali, ma fabbricando reati per assecondare il palinsesto social più adeguato ai più facili ed effimeri sentimenti di bestiale ferocia. Eppure si dovrebbe sapere che la bestia dopo il pasto ha più fame di prima. Infine, eliminare la prescrizione equivale a sancire, con una resa disonorevole, il trionfo della funzione retributiva della pena, caldeggiata ormai in ogni ambito del dibattito pubblico. Occhio per occhio e dente per dente è il materiale di propaganda più adatto per dare alla paura una funzione politica, a prescindere dall’esistenza o meno della minaccia adombrata. Non ci vogliono particolari studi di bio-politica per comprendere come l’uso disinvolto delle leggi penali “giochi”, senza scienza e coscienza, per la tumulazione di fatto del principio di rieducazione attraverso la sanzione. E mentre tutto questo è sotto gli occhi di tutti, una maggioranza di governo si ritrova a dover escogitare mediazioni metafisiche, incentrate sulla sospensione del tempo, che già per capirle ci sarebbe bisogno di un diagramma a blocchi. Ma pure questa sarà probabilmente una predica inutile. In fondo, se non sei l’imputato o la vittima, oppure se la faccia severa dello Stato non ti serve per punire con celerità reati gravi ma per eccitare istinti o frustrazioni umane così da prendere voti, mantenere in piedi governi, vendere giornali o fare carriera, a che serve interrogarsi sul sacrilego processo o sulla nostra vita dolorosa? Per quello basta Diodato. Ah, che vita meravigliosa.

 

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La cultura della resa al diritto penale_GazzettaMezzogiorno