Deposito GNL, Amati: “A Ravenna lo inaugurano, a Brindisi tentano di soffocarlo”

“Mentre nel porto di Brindisi si prova a soffocare il serbatoio di gas naturale liquefatto, a Ravenna lo hanno inaugurato ieri. A Brindisi le autorità cittadine e il mio partito glissano e fingono, a Ravenna partecipano soddisfatti all’evento il Sindaco e il Presidente della Regione. Chi sbaglia? Sbaglia chi crede che l’amministrazione pubblica sia un luogo dove prevalgono le piccole convenienze e i silenzi imbarazzati, per compiacere l’ideologia inquinante del “no a tutto” e dell’ambientalismo di facciata, il così detto greenwashing, a discapito della cura del pianeta e della produzione compatibile”.

Lo dichiara il presidente della Commissione Bilancio e programmazione Fabiano Amati.

“Si dirà che è il sito prescelto a non andar bene, offrendo però alternative la cui eventuale infrastrutturazione ha bisogno di almeno dieci anni di lavoro. Cioè all’indomani di tutti i tempi massimi per realizzare la transizione energetica: è come se avessero continuato a muoversi a cavallo dopo l’invenzione del motore a scoppio.
Brindisi convive da troppo tempo con carbone, petrolio, malattia e precarietà economica. Il dovere degli amministratori pubblici è inseguire, o meglio, seguire prova scientifica e tecnologia, soprattutto in campo ambientale. Non si può parlare nei salotti di transizione energetica e poi, nelle aule consiliari e nei luoghi istituzionali più in generale, ossequiare i gruppi dei no-a-tutto. Il serbatoio di gas liquefatto è una delle tante occasioni di crescita green e sviluppo economico che Brindisi e il suo porto non possono permettersi di perdere: il gas liquefatto abbatte le emissioni inquinanti. E invece tra silenzi complici ci siamo ritrovati sul tavolo il parere negativo del Consiglio Superiore dei Lavori pubblici, osservatorio di consulenza del Ministero, che ha scritto osservazioni prive di pregio tecnico. E che, guarda caso, vanno nella direzione dei no (che sono un blocco alla crescita) più volte espressi dal sindaco. Brindisi è una città bellissima e dalle potenzialità straordinarie. L’ho promesso e lo farò: lavorerò per non lasciarla nel limbo cui qualcuno sembra voglia destinarla”

Quota 100, Amati: “PD pugliese sostenga riforma e giovani si mobilitino. Sindacati non siano club di ex lavoratori”

“Il PD pugliese sostenga la riforma di Quota 100 e i giovani democratici si mobilitino. Si tratta di affermare il diritto dei giovani al lavoro e di ricordare ai più grandi il dovere della solidarietà. E nel frattempo il sindacato si autoriformi, rilanciandosi come organizzazione dei lavoratori, così come nella sua gloriosa storia, e non degli ex lavoratori”.

Lo dichiara il consigliere regionale Fabiano Amati.

“Non possiamo sostenere un sistema pensionistico demagogico (cioè impostato esclusivamente per prendere voti), egoista (perché ignora i giovani) e spendaccione (perché non riconosce né considera le fatiche che le persone fanno per pagare le tasse).
Quota 100 fu una follia programmatica del governo Cinquestelle-Lega che dobbiamo metterci alle spalle al più presto.
Il Presidente Draghi, che certo non ha bisogno di illudere per assecondare il consenso effimero del momentaneo, deve ottenere il sostegno di tutti gli iscritti al Partito Democratico, a cominciare dai più giovani, perché su questa materia non si può essere il partito del ma-anche, ossia quell’arte straordinaria che lascia tutto nell’ambiguità per non decidere, ma il partito del lavoro e delle persone da avviare al lavoro”.

 

Illustrazione di Maria Limongelli/Il Sole 24 Ore

Rinnovabili, Amati: “Europa incita a fare di più e da noi si dice no, per ambientalismo di facciata”

“L’Europa ha adottato il rapporto sull’energia 2021, da cui risulta la necessità di ridurre le emissioni di gas a effetto serra del 55% entro il 2030. Il che significa per l’Italia 70 miliardi di watt. E mentre tutto ciò accade in Puglia giacciono circa 400 richieste di autorizzazione, non tutte ovviamente ammissibili, per via di un ambientalismo di facciata, il così detto greenwashing, che dice no a tutto per chissà quale piacere nel mantenere in attività la produzione con fonti inquinanti. E ora temo che questo stesso atteggiamento si sposterà anche nei confronti dell’eolico offshore e dell’agrifotovoltaico”.

Lo dichiara il Presidente della Commissione regionale Bilancio e programmazione Fabiano Amati, commentando l’adozione dello State of the Energy Union 2021.
“Da oltre un mese, era il 16 settembre, ho segnalato l’assurda situazione riportata in Commissione dai presidenti delle Province pugliesi e dai dirigenti delle due sezioni dell’ente Regione (ambiente e paesaggio) e la necessità di un provvedimento definitivo di approfondimento normativo e amministrativo, intersettoriale, indispensabile per superare le attuali situazioni di conflitto che tengono ferme le istanze progettuali. Nulla si è mosso nel frattempo.

Tutto è fermo a quei dati. Se si esclude la provincia di Bari, di cui attendiamo l’elenco dettagliato, le istanze sono così suddivise: 230 pratiche tra eolico e fotovoltaico in provincia di Foggia per una potenza complessiva di 170 mw; in provincia di Brindisi i procedimenti aperti sono 6 per l’eolico con una potenza complessiva di 450 mw e 79 per il fotovoltaico con potenza richiesta di 2200 mw; a Taranto i progetti in attesa di autorizzazione sono 25 per il fotovoltaico, per una potenza complessiva di 500 mw e due progetti di impianti per la produzione di energia da biometano/biomasse; nella Bat, i progetti presentati riguardano due impianti di eolico, uno di fotovoltaico, due di biometano; in provincia di Lecce le pratiche aperte sono 23, tutte di fotovoltaico, per una potenza complessiva di 395 mw. Per quel che riguarda le istruttorie ferme invece negli uffici della Regione, ve ne sono 32 statali, per le quali è richiesto agli uffici dell’ente il parere, e invece di competenza esclusiva, vi sono 17 progetti di fotovoltaico in attesa di Paur all’ufficio ambiente per una potenza di 718 mw.

Tradotto parliamo di 15 miliardi di potenziali watt fermi su carta. Notizie apparentemente positive arrivano sul fronte dell’eolico off shore al largo di Brindisi e della costa adriatica della provincia di Lecce. Mi auguro si cominci a prendere contezza con la realtà che l’alternativa alle fonti rinnovabili sono l’inquinamento e le bollette più salate”

I troppi ritardi accumulati sugli ospedali di comunità

di Fabiano Amati

E finalmente con la parola di briscola “Pnrr”, cioè quella che vale ormai per tutte le imprese e per tutte le giustificazioni, stiamo “scoprendo” gli Ospedali di comunità, le Case della salute e i Presidi territoriali d’assistenza. In realtà – maledetta memoria!, padiglione cerebrale che in politica accoglie il malesangue – siamo in clamoroso ritardo, e di fondi sotto i ponti per realizzare queste meravigliose idee ne sono passati tanti e in molti casi sono andati perduti o sono stati rimodulati in altra spesa.

Ma andiamo per ordine. A seguito di un risveglio di soprassalto, qualche anno fa riuscimmo a comprendere che gli ospedali di base in tutte le città (grandi, medie e piccole) facevano più male che bene. E i cittadini, molto attenti alla salute, avevano sentenziato per tempo la loro morte. Come? Disertandoli quando avevano bisogno di cure e limitando la frequentazione solo per partecipare alle manifestazioni di protesta contro la riconversione. Un atteggiamento apparentemente contraddittorio ma indicativo della estrema politicizzazione del nostro sistema sanitario e dell’attuazione di quelle tecniche di eccitazione delle paure delle persone, troppo spesso attivate al solo scopo di affermare una battaglia politica e senza alcun interesse reale sull’argomento di lotta. Ma questa è un’altra storia. Nel frattempo, in una delle aziende sanitarie più piccole della regione, quella di Brindisi, un po’ per genio e un po’ per mancanza di alternative, il programma di riconversione fu preso sul serio e nel giro di pochi anni arrivarono gli Ospedali di comunità e i Presidi territoriali d’assistenza.

Strutture che oggi fanno bella mostra di efficienza con numeri di accesso da inorgoglire tutti gli statistici, ai quali è stata offerta la prova sul campo che l’80 per cento della domanda di salute – decimale più, decimale meno – riguarda le prestazioni territoriali. In quella Asl, sempre quella di Brindisi, si partì con la struttura di Cisternino il 28 dicembre 1999, la prima in Puglia, per poi proseguire con Fasano, Mesagne, Ceglie Messapica e San Pietro Vernotico. Cinque Ospedali di comunità e PTA, oggi pienamente funzionanti, cui presto si aggiungeranno quello già autorizzato e ristrutturato di San Pancrazio Salentino e quello in attesa di autorizzazione regionale di Latiano. Non è tutto: sullo sfondo c’è il grande Ospedale di Comunità di Brindisi, il “Di Summa”, già autorizzato e in attesa di finanziamento per la realizzazione degli interventi di ristrutturazione. Riassumendo: cinque già in funzione, ristrutturati o in via di ristrutturazione concomitante con il funzionamento e senza fondi del PNRR, uno prossimo all’apertura, uno a un passo dall’autorizzazione e uno in attesa di finanziamento.

E alla fine saranno otto in totale, con la possibilità di aggiungerne altri, così da sollevare dalle prestazioni inappropriate di tipo territoriale i tre ospedali per acuti in attività (Brindisi, Francavilla Fontana e Ostuni), che soprattutto per questo risultano affollati, e quello in costruzione di Monopoli-Fasano. E non bisogna tacere il fatto che gli Ospedali di comunità brindisini sono stati adattati nei mesi scorsi e a tempi record anche per gestire i pazienti Covid post-acuti; e questo ha significato che, mentre in altre province c’è stato il bisogno d’inventarsi, con discutibili esiti, i più opportuni rimedi d’emergenza, a Brindisi c’era già tutto ciò che serviva. Nelle altre province, invece, ed è qui la nota dolente, la riconversione dei vecchi e piccoli ospedali di base non ha avuto l’esito virtuoso sperato, tant’è che ad oggi sono pochissimi e sporadici, cioè privi di programmazione unitaria, e comunque fonte di conflitti ancora in corso (il caso Grottaglie è più che emblematico).

Qual è allora la notizia di questi giorni? La possibilità della Regione Puglia di colmare il clamoroso ritardo sugli Ospedali di comunità, attraverso l’opportunità dei finanziamenti del PNRR. Ma basteranno solo quei fondi? Anche in passato, in realtà, i finanziamenti non sono mancati. Anzi. I soldi sono stati piuttosto l’ultimo dei problemi. La realtà è che si sconta, su questa questione, innanzitutto il ruolo da Cenerentola che le organizzazioni sanitarie attribuiscono all’assistenza territoriale, luogo di assistenza amorevole di massa senza proporzionato prestigio; a ciò si aggiunga l’eccesso di burocratizzazione dei procedimenti amministravi, farcito sempre da innumerevoli atti soprassessori (tradotto: atti per perdere e prendere tempo) e la forte conflittualità sindacale che l’universo sanitario si porta appresso a causa dell’essenzialità del servizio e degli argomenti compassionevoli che talvolta vengono usati per nascondere interessi individuali o di gruppo. E su questo i politici c’entrano poco, purtroppo, ma dovrebbero c’entrare di più; cominciando a smetterla di assecondare immobilismo e casi di managerialità lodati come appropriati perché si utilizza l’occhio lento della pubblica amministrazione piuttosto che i canoni dell’efficienza dell’impresa privata. La nostra sanità pubblica, universalista, in grado di provare sentimento per i malati in misura superiore a qualsiasi altra struttura privata, anche di tendenza religiosa o fondata sull’agape, cioè sull’amore che non vuole essere misurato, perde il suo prestigio se non si fa temperare dai criteri di efficienza dei privati.

E infatti per letteratura politica surreale e paradossale, siamo finiti per essere un paese liberista e mercatista dove dovremmo essere statalisti, la sanità innanzitutto, e un paese statalista e dirigista dove dovremmo essere liberisti, per esempio nell’industria e nei settori di produzione di beni e servizi. Un’inversione di prospettiva che quando si solleva dai libri e dagli articoli giornalistici per poggiarsi sulla realtà, dice che non abbiamo gli Ospedali di comunità, le Case della salute e i Presidi territoriali di assistenza che a quest’ora avremmo dovuto avere e a pieno regime. E questo è un gran guaio, che non può passare sotto silenzio. Occorre dirlo non tanto per processare le bugie ma per ricordare un passato in cui non si è fatto ciò che si doveva e poteva, oltre che per tenere a memoria che non sono le carte di briscola discorsive a far progredire il mondo, tipo il Pnrr, ma l’impegno continuo, il controllo tignoso e le più opportune misure di contenimento delle voci verbali coniugate al futuro: faremo, realizzeremo, custodiremo, attiveremo. Il tempo vince sempre sulla storia degli uomini anche quando gli uomini non lo perdono, mettendosi in ginocchio al suo cospetto e chiedendo clemenza. Mi pare opportuno però non dargli ulteriori vantaggi nel settore delle cure sanitarie, ossia quello in cui si fa di tutto per combattere il suo inesorabile incedere segnato col tic-tac del dolore.

Pubblicato su Nuovo Quotidiano di Puglia di martedì 26 ottobre 2021, pagina 1

Vaccinazione sanitari, Amati: “Troppi i non vaccinati e in alcune aziende nessun sospeso e nessuna sanzione. Si applichi la legge”

“Sono in tutto 464 gli operatori sanitari pugliesi non vaccinati delle aziende sanitarie, degli IRCCS e dei maggiori ospedali privati convenzionati e 185 i sospesi dal servizio senza stipendio. A nessuno è stata però irrogata la sanzione pecuniaria prevista dalla legge regionale fino a un massimo di 5mila euro, e ciò rappresenta una grave omissione. Ricordo ai Direttori generali che esiste una legge regionale dello scorso febbraio e una legge nazionale approvata nell’aprile successivo, oltre che recenti sentenze del giudice amministrativo che hanno chiuso definitivamente le disquisizioni dottrinali”.

Lo dichiara il consigliere regionale Fabiano Amati, al termine dell’audizione in Commissione Sanità dei direttori generali delle Asl, degli Ircss e delle strutture ospedaliere private convenzionate “Casa sollievo della sofferenza”, “Miulli” e “Panico”, convocata per avere il quadro della situazione vaccinale del personale e degli eventuali provvedimenti presi.

“Nella Asl di Bari su una platea di 83 non vaccinati, 63 sono personale sanitario. Per 60 (25 infermieri, 2 medici e altri tra fisioterapisti, logopedisti, etc) sono già stati attuati i provvedimenti di sospensione. Per gli altri si sta procedendo alla valutazione delle richieste di esenzione. In nessun caso è stata irrogata la sanzione pecuniaria prevista dalla legge regionale.
Nella Asl Bat i non vaccinati sono 37. Di questi sono stati già sospesi 21 operatori sanitari, tra i quali 12 infermieri, 4 medici, un farmacista e poi ostetriche, oss e un ausiliario. Anche in questo caso nessuna sanzione pecuniaria.
La Asl di Lecce conta 131 non vaccinati, suddivisi tra 95 infermieri, 15 medici, un farmacista, 3 psicologi, e poi tecnici di laboratorio, ostetriche, assistenti sociali, operatori amministrativi. Ad oggi non sono stati notificati i provvedimenti di sospensione e quindi neanche la sanzione pecuniaria.
Nella Asl di Foggia, i non vaccinati sono 22, di cui 20 sono operatori sanitari. Solo in due (un infermiere e un addetto al comparto) sono stati sospesi.
Asl di Taranto: 74 non vaccinati e 64 tutti sospesi. Ma nessuna sanzione pecuniaria.
La Asl di Brindisi: 33 non vaccinati, 18 provvedimenti di sospensione. Nessuna sanzione pecuniaria.
Dal Policlinico di Bari è stato riferito in Commissione che vi sono, nella platea di dipendenti, 89 non vaccinati di cui 46 operatori sanitari. Non si è proceduto, ci hanno spiegato, alla sospensione perché dalla Asl non hanno inviato l’elenco che consentisse loro di poter valutare eventuali esenzioni sì da evitare di emanare provvedimenti che sarebbero ovviamente impugnabili. Ma dalla Asl di Bari hanno immediatamente inviato la lettera che attesta invece l’invio di quell’elenco. Situazione al Miulli di Acquaviva delle Fonti: 26 dipendenti non vaccinati. Di essi, 6 sono assenti per maternità, per gli altri 20 (uno psicologo, 3 ostetriche, 14 infermieri, un centralinista, un operatore di cucina) è scattata la sospensione. Ma nessuna sanzione pecuniaria.
La foggiana “Casa sollievo della sofferenza” ha fatto sapere che su 2713 unità sono stati vaccinati in 2654. I 49 non vaccinati (sia i 5 non sanitari che gli altri, tra infermieri, biologi, tecnici di gas medicale, medici, oss e ostetriche) è stato possibile ricollocarli ad altre funzioni. Nessuna sospensione né sanzione pecuniaria. In ultimo, tra le strutture private convenzionate, il “Panico” di Tricase: 21 non vaccinati, di cui 16 del personale sanitario (un medico, 2 biologi, 2 fisioterapisti, 8 infermieri, un tecnico di laboratorio e 2 oss) e 5 non sanitari. Il tecnico di laboratorio risulta essersi autososospeso, nessun procedimento di sanzione chiuso per gli altri. Ricordo a tutti i Direttori generali che l’applicazione delle norme rientra tra i loro obblighi primari, soprattutto quando si tratta di tutelare la salute di persone che entrano negli ospedali per curarsi non per essere contagiati”

Ospedale Monopoli-Fasano, Amati: “Qualcosina migliora, ma ci sono tanti problemi e proroghe senza cronoprogramma. Intervenga Emiliano”

“È tempo che intervenga Emiliano. La situazione sui tempi di realizzazione del nuovo ospedale Monopoli-Fasano è difficile. Piccole cose migliorano a onor del vero, a partire dall’incremento minimo del numero delle maestranze, che comunque è ancora insufficiente rispetto al contratto, ma restano in piedi numerosi inadempimenti, a cominciare dal mancato invio del nuovo cronoprogramma e dalla incomprensibile – allo stato – proposta di proroga di 180 giorni per la realizzazione di lavori complementari, non tutti però interferenti con la realizzazione dei lavori principali e previsti dal contratto.
Farò sentire ancora di più la mia presenza sul cantiere perché le persone aspettano un luogo di cura che avrebbe già dovuto essere inaugurato”.

Lo dichiara il presidente della Commissione Bilancio e programmazione Fabiano Amati al termine dell’audizione dei dirigenti, dei tecnici e del Rup convocata per registrare aggiornamenti sullo stato dei lavori.

“Oggi abbiamo appreso che l’impresa che sta ora eseguendo i lavori dell’ospedale Monopoli-Fasano è Partecipazione Italia spa. Ma i ritardi contrattuali esistono e vanno al più presto recuperati anche, all’occorrenza, istituendo un turno di lavoro notturno peraltro previsto quale obbligo di contratto. Quell’ospedale sarebbe dovuto essere inaugurato a fine anno.
Oggi abbiamo registrato un leggero miglioramento nel numero di maestranze impiegate, passate da 90 a 150 al giorno.
Abbiamo però anche appreso che sono tutti impegnati tra il piano terra e il primo piano, e che quindi a regime, considerando le altre aree di cantiere, si dovrebbe arrivare a 400 presenze al giorno, che darebbero l’auspicata accelerata. Non sono gli espedienti, bene o male tollerati, che possano far recuperare il tempo perduto, ma il lavoro, la dedizione e la risolutezza della stazione appaltante e della direzione lavori.
Se continueranno a mancare questi ingredienti e pure un cronoprogramma aggiornato, la bussola del tempo in un cantiere che si rispetti e che inspiegabilmente la Asl non si preoccupa di richiedere prima di sottoscrivere eventuali varianti, non si riuscirà a dare la svolta auspicata.
Sulla base di quanto appreso c’è stata la sottoscrizione di un verbale sulla perizia di variante che prevede una proroga dei lavori di 90 giorni, senza alcun cronoprogramma dei lavori, mentre si sta valutando la concessione di altri 180 giorni di proroga per i c.d. lavori complementari e aggiuntivi, che non rientravano nei tempi contrattuali ma che solo in alcuni casi interferiscono con le opere primarie, generando dunque un incremento nei tempi.
Ci sono anche le buone notizie. Tra dieci giorni è prevista la consegna della progettazione per le strade di collegamento all’ospedale. Per quel che riguarda gli arredi e le attrezzature è stato consegnato il progetto, che nei prossimi giorni sarà valutato da un gruppo di lavoro per poi far partire la gara d’appalto.
Non posso infine non sottolineare l’assurdità di quanto appreso dagli auditi in tema di organizzazione del lavoro sul cantiere, dove – al netto della problematicità delle presenze – si segnalano pure diverse anomalie nella realizzazione di alcune opere che poi devono essere smontate e rimontate. Un esempio? Le cassette idranti antincendio montate senza ripristinare le protezioni sul retro della cassetta. Chiedo al Rup e alla direzione lavori di essere più attenti, così da evitare che gli errori di realizzazione incidano sui tempi e quindi sul bisogno di salute delle persone.
C’è inoltre da sottolineare, come detto, che la commessa è stata trasferita da Astaldi alla nuova società Partecipazione Italia S.p.A., nella cui compagine societaria c’è anche Cassa depositi e prestiti e quindi lo Stato. La notizia è buona, con riferimento alle maggiori possibilità di controllo sull’andamento dei cantieri, perché da questo momento avremo la possibilità di rivolgerci anche a un soggetto pubblico, quale Cassa depositi e prestiti, per poter sollecitare la migliore conclusione della vitale opera pubblica”.

Nella terra degli ulivi la Xylella diventa un caso politicoo

di Marco Grieco

Lungo la strada statale SS7 che porta a Brindisi sembra di attraversare le stagioni in una manciata di chilometri, le chiome verdi degli ulivi che diventano ruggine e poi svaniscono, mentre il cielo plumbeo grava sugli alberi monchi e privi di vita. La causa di tutto questo ha un nome latino, come tutti i cataclismi che battezza la scienza: Xylella fastidiosa, un batterio che, per poter vivere, ha condannato a morte l’olivicoltura salentina. Secondo Confagricoltura, dal 2013 la Xylella ha colpito 150mila ettari di uliveti tra Lecce, Brindisi e Taranto, creando una voragine nell’occupazione: almeno 33mila posti di lavoro sono andati in fumo e 93 oleifici hanno chiuso i battenti in tre anni, con un danno complessivo che supera il miliardo e mezzo di euro. Le cifre implacabili lasciano il posto al silenzio nella piana messapica, dove la raccolta delle olive è per tradizione una liturgia familiare.

Oggi bisogna risalire la statale Jonica alla volta di Taranto per annusare l’aria pregna della sansa della macinatura: «Avevo settecento piante di ulivi, poi le ho vendute», spiega Antonio De Michele, pastore di San Pietro Vernotico, contadino fino al 2015: «Adesso il terreno non dà più niente», ammette con quel misto di saggezza e disillusione che possiede chi sceglie le stagioni come maestre di vita. Fra gli agricoltori, di Xylella non si parla. “Idda” la chiamano, “lei”, come se un fonema schioccato nel palato fosse sufficiente a portare in vita gli ulivi disseccati, simile al suono della pizzica che esorcizzava le tarantate nel Dopoguerra. Eppure, i dubbi sono stati fugati nel 2013 nei laboratori del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) dall’equipe del ricercatore Donato Boscia: «Xylella fastidiosa, sottospecie pauca, genotipo ST53, è una variante che fino a quel momento non era stata mai segnalata negli ulivi, anche se già nota negli agrumeti di San José, in Costa Rica». Il microscopico batterio è un filo sottile che collega il Salento alla Costa Rica, da cui nel 2013 l’Europa ha importato 40 milioni di piante ornamentali all’anno, di cui 3mila piante di caffè a scopo ornamentale: «È in queste che il genotipo è stato segnalato per la prima volta», spiega Boscia.

Il resto lo hanno fatto le condizioni climatiche del golfo di Gallipoli, simili a quelle nella baia di Los Angeles, dove sul finire dell’Ottocento la Xylella decimò le viti: «Per di più, l’insetto vettore, noto col nome di sputacchina, è abbondante nel basso Salento, e questo spiega perché la fitopatia si sia rivelata così aggressiva». Il ricercatore chiarisce perché, nelle aree infette, l’unica misura prevista sia l’eradicazione: «Il batterio intacca i vasi delle piante che conducono la linfa grezza dalle radici alle foglie. Per questo, si osserva la cima secca, ma tutto l’albero è irrimediabilmente infetto». Ma le prove scientifiche non bastano in quella che l’antropologo Ernesto De Martino chiamò “la terra del rimorso”: dal 2013 alcune associazioni hanno ostacolato la rimozione degli ulivi malati, salendo sugli alberi e bloccando le strade ferrate. Persino il mensile della San Paolo, Jesus, nel 2019 lasciava spazio ai dubbi, parlando “land grabbing” ed eclissando il parere degli scienziati con le intuizioni dei missionari comboniani, di preti ecologisti e oppositori: «I contestatori hanno attaccato la voce della scienza, senza offrire dimostrazione a riprova di ciò che dicevano, e con una parte ampia della classe politica pronta ad assecondarli per paura. Il risultato? Uno scempio da portare sulla coscienza», spiega Fabiano Amati, consigliere regionale del Partito democratico e presidente della Commissione Bilancio, da sempre aspro critico del fronte negazionista. Così la Xyella è diventata arena di scontri politici. Ancora oggi, sui muri di Lecce si leggono le ingiurie scritte con lo spray a Giuseppe Silletti, il comandante regionale del Corpo forestale pugliese che nel 2015 fu nominato Commissario delegato dal governo Renzi per fronteggiare l’epidemia: «Non ho mai detto di poterla fermare, ma ho fatto del mio meglio, per giunta a titolo gratuito», confessa. Silletti ha eseguito quanto prescritto dalla decisione di esecuzione Ue 2015/789, cioè l’eradicazione degli alberi infetti per rallentare l’epidemia il più possibile con la creazione di due zone: l’area di contenimento, cioè il fronte avanzato dell’epidemia, e l’area cuscinetto, con misure più blande per proteggere i campi adiacenti.

Ma davanti ad ulivi secolari, sradicati con la ruspa, agricoltori e istituzioni locali hanno rifiutato la scienza, lamentando una distruzione identitaria. Sono tanti i contadini che ancora oggi sentono di dover lottare contro presunti poteri forti, inconsapevoli che, con la Xylella, per salvare un albero se ne condannano mille. Gianni Caretto, agricoltore brindisino, mostra il suo uliveto secco ed esclama perplesso: «Non mi spiego come sia possibile, me li hanno avvelenati». Seguendo la dorsale dei muretti a secco che rattoppano i piccoli e grandi appezzamenti, il paesaggio stretto tra Squinzano e Cellino San Marco è spettrale. Persino nelle Tenute di Al Bano Carrisi, gli ulivi che decorano le piazze del suo hotel-borgo cominciano a seccare. Al Bano rientra fra i 47 “esperti” riuniti dal governatore della Puglia, Michele Emiliano: un carosello di nomi che affianca personalità come Renzo Arbore e Lino Banfi a personaggi discussi, come l’agroecologo Gianluigi Cesari, sostenitore della controversa agricoltura biodinamica, e Alessandra Miccoli, cultore della materia in Geografia umana all’università Unisalento, un tempo schierata con i contestatori del Popolo degli ulivi. Emiliano ha, così, messo in piedi un gruppo parallelo al comitato tecnico-scientifico creato dall’assessore all’Agricoltura in quota Pd, Donato Pentassuglia: «Il presidente può anche avvalersi di collaboratori, ma ha votato con tutta la giunta il mio piano di azione. Sa che non farò un millimetro indietro rispetto al lavoro che stiamo facendo con il Comitato tecnico-scientifico», rassicura l’assessore.

Come Pentassuglia, anche Amati non nasconde le sue perplessità: «Come si può pensare di mettere assieme gli scienziati nominati da Pentassuglia, cioè quelli ingiustamente indagati in un’indagine penale, e i loro contestatori scelti da Emiliano? È come pretendere di far convivere quelli che sostengono che a girare è il sole e quelli che è la terra». Nel Pd pugliese, le giravolte della politica sono interpretate come opportunismo. Nel 2015, il grillino Cristian Casili definì “follia” l’abbattimento degli ulivi secolari: oggi è vice presidente del Consiglio regionale della Puglia nella maggioranza di Emiliano. C’è chi siede a Palazzo Madama, come il senatore Lello Ciampolillo – passato dai 5 Stelle al Gruppo Misto -, che nel 2018 elesse un ulivo infetto a residenza parlamentare. Amati parla di psicopolitica: «In Puglia il Pd vive una soggezione psicologica nei confronti di Emiliano al punto che pure le obiezioni più ovvie risultano lesa maestà. I contestatori della Xylella hanno trovato una parte della classe dirigente pronta a sostenerli, perché nel complottiamo s’individua il sostituto delle narrazioni politiche sconfitte dalla storia che li ha lasciati orfani».

Silletti, candidato nel 2020 al Consiglio regionale per Fratelli d’Italia, ricorda i buoni rapporti con i democratici, eccetto Emiliano: «Avrebbe dovuto sostenermi in quanto nominato dal governo, invece parlava con i negazionisti. Quando nel 2015 convocai i sindaci delle zone colpite nel mio ufficio, lui si giustificava dicendo di non potermi fermare. Ne parlai con l’allora ministro Maurizio Martina: mi disse che Emiliano sbagliava nelle sue esternazioni». Nel 2015 la scienza fu confutata anche nelle aule di giustizia. Con un decreto, la Procura di Lecce dispose il sequestro degli alberi da eradicare, iscrivendo sul registro degli indagati i ricercatori del Cnr e lo stesso Silletti. Emiliano, magistrato in aspettativa, salutò il provvedimento come una «liberazione». Per Silletti, al contrario, fu un fulmine a ciel sereno: «Ero stato nominato dal governo per combattere un’epidemia e ho dovuto combattere chi la negava.

Oggi è tutto archiviato, ma non mi capacito che la Procura abbia dato ascolto a chi ci accusava ingiustamente». A distanza di otto anni, nelle campagne si continua a parlare di elicotteri carichi di veleni e di piani per la distruzione dell’agricoltura locale. Tocca ancora alla scienza smentire dichiarazioni come quelle del governatore che, rispondendo stizzito al direttore di National Geographic Italia, Marco Cattaneo, che lamentava la desertificazione del Tavoliere, ha dichiarato che la Xylella è sotto controllo, isolata nella provincia di Brindisi: «Oggi la fascia cuscinetto è ad Alberobello e Monopoli, in provincia di Bari», chiarisce, invece, Boscia. È la battaglia della scienza contro le narrazioni mitiche o politiche, che sono state in grado di fare del simbolo della pace per eccellenza il seme della discordia.

Espresso di domenica 24 ottobre 2021, pagina 86

xylella puglia amati

«Basta con il servilismo Brindisi sappia scuotersi»

di Martucci Oronzo

«Avere un incarico in giunta per rappresentare al meglio gli interessi del territorio è importante, ma non bisogna piangere, tanto meno piangersi addosso, piuttosto ragionare in questi termini: non ho un settore di cui occuparmi? E allora mi occupo di tutti i settori»: Fabiano Amati, consigliere regionale eletto con il Pd in provincia di Brindisi, presidente della Commissione Bilancio, risponde così a chi gli chiede se un assessore regionale espressione della provincia di Brindisi potrebbe ottenere maggiori risultati per il territorio di provenienza. La provincia di Brindisi, tra l’altro, non ha mai avuto rappresentanti in giunta dal 2015, anno della prima elezione di Michele Emiliano alla presidenza, forse anche a causa della scarsa sintonia che esiste tra Amati ed Emiliano.

Presidente Amati, le rappresentanze politiche, istituzionali e sociali del territorio brindisino non mostrano grande determinazione nel rivendicare una presenza in giunta.
«Mettiamola così: il tema della rappresentanza del territorio è infondato se quella rappresentanza serve solo a garantire un posizionamento politico; è molto fondato se significa che chi non è in sintonia con il presidente Emiliano non può e non deve far nulla. Penso che la politica non debba essere condizionata da antipatie e simpatie. Onestamente, ho fatto più cose disturbando di quante ne avrei potute fare se fossi stato nel governo, mediando. Ma…».

Ma…?
«Qui non è in discussione il mio lavoro politico, si tratta di permettere al territorio di esprimere al meglio tutte le sue potenzialità. Ecco perché Brindisi si deve scuotere da questa condizione servile agli agglomerati politici precostituiti di destra, sinistra e centro, con l’obiettivo di turbare e anche disturbare chi trova giovamento da questa condizione servile».

Cosa ha ottenuto e realizzato da consigliere, disturbando?
«Beh, l’oncoematologia presso l’ospedale Perrino è stata attivata su mia iniziativa, così come su mia iniziativa è nato l’ospedale di comunità a San Pancrazio e sono in fase di realizzazione gli ospedali di comunità presso il “Di Summa” di Brindisi e a Latiano. E ancora: ho combattuto per portare acqua e fogna in alcuni quartieri periferici di Brindisi e combatto quotidianamente accese battaglie, creando incomprensioni, sullo sviluppo ambientalista di Brindisi, come nel caso del deposito Edison nel porto. Provo anche a far ottenere a Brindisi ciò che le è dovuto per il passaggio del gasdotto di Tap. Questi sono atti di governo senza stare al governo».

La politica delle cose.
«Sì, senza soggezione verso alcuno e in modo determinato. Voglio ricordare che chi viene assoggettato o si fa assoggettare rischia di non avere nulla. Chi si fa assoggettare rende il territorio sguarnito di voci e persone, e non deve lamentarsi dell’ingratitudine umana. Non sono un radical chic, nel lavoro politico mi bagno quotidianamente con le lacrime delle persone, non mi trastullo».

I suoi colleghi si bagnano con le lacrime delle persone, cioè con i loro problemi quotidiani?
«Io guardo a me, spero che lo facciano. Bisogna evitare di pensare che la politica sia movimento senza spostamento».

Tra qualche settimana la delegazione brindisina del Pd in Consiglio regionale si arricchirà con l’arrivo dell’imprenditore Carmelo Grassi. Quale potrà essere il suo contributo per rappresentare gli interessi del territorio?
«Conosco e stimo Carmelo Grassi, ma non l’ho mai visto all’opera. Spero che io possa dare una mano a lui e lui a me per superare i “nì” inconcludenti che sono inutili e non portano vantaggi ai cittadini che ci hanno delegati a rappresentarli. La carriera politica deve dipendere dalla capacità di rappresentare e cogliere ogni aspetto della condizione umana, cioè esigenze, bisogni, problemi. Non certo dalla sudditanza verso il capo. La sudditanza non può che provocare, lo ripeto, movimenti senza spostamenti, cioè iniziative inutili».

Nuovo Quotidiano di Puglia edizione di Brindisi di sabato 23 ottobre 2021, pagina 11

La sinistra perdente nelle periferie

Si dice: la sinistra non sfonda nelle periferie e tra le persone in stato di disagio. Vero, fuorché alle Comunali e grazie al Pd. Perché tutto questo? L’indagine sociologica ci dice ciò che si nota pure empiricamente. Gli argomenti della sinistra, ai quali spesso si arrende il Pd, sono quelli delle celebrity: genere, LGBT, piste ciclabili, enogastronomia luxury, ambientalismo politico e politicizzato. Questi argomenti sono lontanissimi dal rappresentare il tutto di un’azione politica accordata con i bisogni delle persone. Le persone normali non hanno i problemi delle celebrità e gradiscono, detto con Francesco De Sanctis, che ci si occupi delle loro lacrime e non che ci si limiti a piangere parlando dei loro problemi.

Le persone normali e quindi pure quelle che vivono nel disagio sanno riconoscere chi si bagna le mani con le cose che lacrimano: le liste d’attesa, la diagnosi precoce sulle malattie, i presidi territoriali d’assistenza e gli ospedali di comunità, le reti idriche, l’edilizia, l’agricoltura convenzionale, il lavoro come strumento di produzione e non come prodotto. Su questi argomenti la sinistra dice qualcosa di risoluto?

No. Resta silente. Quando qualcuno pone tutta la problematicità di questi argomenti, si apre un combattimento, tra contrasti e timidezze. Contro le norme risolute sulle liste d’attesa, magari per compiacere una parte di celebrità delle professioni sanitarie; contro l’innovazione nella diagnostica e negli screening per assicurare la conservazione negli assetti burocratici e di potere costituiti; contro il Piano casa, strumento di risparmio suolo, maggiore legalità e piatti a tavola, per criminalizzare senza prove tutto il comparto edilizio. E ci sarebbe da aggiungere molto altro.

Passiamo alle timidezze. Timidi sui Presidi territoriali d’assistenza e gli ospedali di comunità (ci sono solo in provincia di Brindisi), perché impongono tanto fastidioso lavoro da front office; timidi sui grandi finanziamenti necessari per ampliare le reti idriche e fognarie fuori dal perimetro del servizio idrico integrato, magari impedendo pure il funzionamento dei depuratori; timidi sui programmi d’ampliamento della sfera produttiva, per incomprensibile avversità nei confronti dell’industria; timidi sull’agricoltura di precisione, integrata e convenzionale, e molto veloci sulla più costosa agricoltura biologica e a volte addirittura sulla magie della biodinamica.

E pure sul versante delle timidezze ci sarebbe d’aggiungere molto altro. Come possono dunque votare a sinistra gli abitanti delle periferie e le persone disagiate se pure il Pd si mette a fare la sinistra delle celebrity? Ma alle amministrative ci votano. Certo. Ma non votano la sinistra in quanto compagine radicale, di stampo conservatore e rossa solo di bandiera; votano il Pd, i suoi alleati e la loro classe dirigente locale per la maggiore competenza sull’amministrazione pubblica rispetto alla classe dirigente scelta dalla coalizione avversaria e che, quando si mette all’opera, fa esattamente ciò che serve ai cittadini, soprattutto a quelli delle periferie e del disagio, senza inseguire i metodi visionari (“la visione”), i modelli di sviluppo (“modello di società”), cioè i recinti entro cui spaziano gli argomenti celebri delle celebrità. Una cosa che forse ha avuto a che fare con l’illusione mortifera del socialismo reale, ma che non è mai stato di sinistra.

Se ancora si può dire così.

Articolo originale su Corriere del Mezzogiorno del 21 ottobre 2021

Spesa farmaceutica, Amati e Tutolo: “Se le Asl sprecano decade il Direttore generale. Depositata proposta di legge”

“Se una Asl non dovesse rispettare il tetto di spesa farmaceutica, decade il Direttore generale. È questo il senso finale di una proposta di legge che abbiamo depositato oggi. Non si può più tollerare uno spreco di circa 264milioni, come è capitato nel 2020, oppure di circa 74milioni come è già capitato ad aprile 2021 e limitando l’analisi alla sola farmaceutica ospedaliera, considerato che quella convenzionata, cioè quella della ricetta rosa da portare in farmacia, risulta sensibilmente in discesa”.

Lo dichiarano Fabiano Amati e Antonio Tutolo, rispettivamente Presidenti delle Commissioni regionali Bilancio e Affari generali, firmatari della proposta di legge presentata oggi e recante Misure per il contenimento della spesa farmaceutica.

“Il dovere di offrire salute non corrisponde al diritto di sprecare, perché le risorse sprecate potrebbero essere impiegate per servizi allo stato carenti. Nel 2020 il Fondo sanitario nazionale ha assegnato alla Puglia 7.909.197.395 euro. Per gli acquisti diretti dei farmaci (al netto dunque dei gas medicali) il tetto massimo era ed è pari al 6,69 per cento, dunque 529.125.306 euro. Le Asl hanno speso, nel 2020, invece 792.933.887 euro, con uno scostamento di 263.808.582 euro. E nel 2021 non sta andando certo meglio.
Facendo un riscontro tra gennaio e aprile 2021 e gennaio e aprile dello scorso anno i dati non sono dissimili: nei primi quattro mesi del 2020 la spesa per gli acquisti diretti di soli medicinali è stata pari a 295.234.656 euro, con uno sforamento di 119.687.609 euro; nei primi quattro mesi del 2021 la spesa per gli acquisti diretti di soli farmaci è stata di 275.580.948 euro, con uno scostamento di 73.896.415 euro. Non diversa la situazione nell’acquisto diretto da parte delle Asl dei gas medicali. Il raffronto tra i primi quattro mesi del 2020 e i primi quattro mesi del 2021 non ha molti margini di variazione. Tetto massimo sul Fsn stabilito lo 0,20 per cento. In quei primi quattro mesi del 2020– unici dati ad oggi a disposizione per il raffronto – su un tetto di 5.248.043 euro ne sono stati spesi 9.224.958, con uno scostamento di 3.976.914 euro. Nello stesso periodo di riferimento per il 2021, su un tetto con la stessa percentuale pari a 5.272.798 euro ne sono stati spesi 9.348.116 euro, con uno scostamento di 4.075.318 euro.
La situazione è dunque particolarmente grave, per cui c’è la necessità di adottare misure drastiche.
La nostra proposta di legge prevede dunque una maggiore responsabilizzazione dei manager delle aziende sanitarie, i quali devono sapere che la mancata adozioni di atti di contenimento della spesa comporta la decadenza dall’incarico per dettato di legge.
Non si tratta ovviamente di una criminalizzazione, poiché vorremmo che l’approvazione della nostra proposta coincida con la soluzione del problema e che quindi non ci sia bisogno di far decadere i direttori generali. Facciamo infatti affidamento sul dato d’esperienza che gli uomini prestano maggiore attenzione alle attività per cui vengono adibiti quando il mancato raggiungimento degli obiettivi può far scattare una conseguenza di carattere diretto, come appunto lo è la decadenza”.