Il no alla legge sul fine vita è incostituzionale

Sulla proposta di legge sul fine vita c’è chi dice no.

Sulla proposta di legge sul fine vita c’è chi dice no. Dopo un momento di perplessità, mi chiedo: ma si può dire no all’esecuzione di una legge o di una sentenza della Corte costituzionale? “No”, non si può dire “no”, risponderebbero in coro giuristi, medici, professionisti, artigiani, operai, disoccupati e pure cattolici, laici, vescovi e sacerdoti.

E allora perché si dice “no”? Per quale motivo non si dovrebbe eseguire una sentenza e un invito energico ad agire del Ministero della Sanità alle regioni?
Non si sa, perché da subito la Conferenza episcopale pugliese, qualche partito politico e vari esperti ispirati hanno eccepito prendendo l’argomento da dove hanno voluto, fuorché dal punto da cui va preso: ossia l’esecuzione di una sentenza della Consulta. Un caso, insomma, di diritto di parola senza il previo dovere di conoscenza.

La sentenza prescrive alle strutture sanitarie pubbliche, nell’attesa dell’intervento del Parlamento, di assicurare la prestazione di aiuto alla morte di malati terminali e irreversibili, indicando alcune strettissime condizioni. La proposta di legge pugliese si limita a fornire modalità organizzative per eseguire quanto stabilito dalla Corte costituzionale. Punto. Questo è il tema. Tutto il resto è materia rispettabile, a tratti pure condivisibile, ma fuori dal tema, e lascia intravedere la volontà di mettere l’arbitrio al posto del diritto.
“La denigrazione del diritto non è mai ed in nessun modo al servizio della libertà, ma è sempre uno strumento della dittatura”, diceva nel 1999 Joseph Ratzinger ricevendo una laurea in giurisprudenza a motivo d’onore.
Ma Ratzinger non è forse un autore amato, perché non si rende complice del metodo della dissipazione delle parole, al punto da ingiungere, con chiarezza da brividi, una regola semplice e da scolpire: “L’eliminazione del diritto è disprezzo dell’uomo; ove non vi è diritto, non vi è libertà”.

La proposta di legge pugliese è un modo semplice per evitare, attraverso la disapplicazione di una regola vigente, la denigrazione del diritto. Non è possibile per nessuno, ragionevolmente, sabotare l’esecuzione del diritto come scorciatoia alla strada più difficile, cioè a quella rivolta a modificare il diritto vigente.Certo, ci sono altre questioni da aggiungere al buon governo, a cominciare dalle cure palliative; ma la mancanza di una cosa non si supera privandosi di altre cose. Il bisogno d’altro, sia pur ben argomentato e magari con il piglio offerto dalla boria del bene, ossia quel continuo ammirarsi nella propria eccellenza morale, non può addirittura scadere nel benaltrismo; quel noto “gioco” dialettico attraverso cui raggiungere l’obiettivo di non fare niente.
Nella prospettiva della sentenza non rileva il punto di vista giuridico, etico o morale del singolo legislatore; non si siede nei parlamenti o nei consigli regionali per vietare agli altri diritti che non si ha intenzione di esercitare per sé. Chi legifera non pensa a sé ma alla libertà che la sua legge realizza per gli altri.

La Corte costituzionale è intervenuta per riparare le inerzie del Parlamento nazionale, impallato in un decennale confronto attorno a questi argomenti. Una disputa consumata estraniandosi, purtroppo, dall’immedesimazione nel dolore e nella sofferenza di chi reclama il congedo dalla vita per porre fine alla morte della dignità fisica e psicologica.

Certo, la sofferenza e il dolore sono il problema più grosso della condizione umana e in fondo è su questo che l’uomo cominciò a cercare Dio e molti così scoprirono che “nella fine, l’inizio”, detto con il teologo della speranza Jürgen Moltmann. Nella legge sul fine vita non c’è nulla di offensivo nei confronti del dono della vita se si guarda all’esistenza come esperienza e non come esperimento di sopravvivenza portato alle più estreme conseguenze di dolore. E ciò proprio perché confido nella fine come inizio e vivo nella speranza che sia proprio così. Perché se non fosse così, sarebbe ancora più crudele condannare le persone a rimanere in vita senza alcuna speranza e solo per sperimentare il vano soffrire.

 

Articolo pubblicato su La Gazzetta del Mezzogiorno del 30 luglio 2022

Riforma Arpal utile a battere gli interessi

I dirigenti dell’Arpal non possono usare le loro funzioni per organizzare liste elettorali. Ci vuole molto a comprenderlo? Ci vuole molto a considerare la disciplina e l’onore come elementi fondamentali della pubblica amministrazione? Perché non si prende dal capo questo dibattito?
È in corso un tentativo di riformare l’Arpal perché l’attuale gestione è contro le persone. Punto. Non si tratta dunque di un atto contro una persona, ma di un’iniziativa per tutelare migliaia di persone attraverso la decadenza di una persona. In una frase, occuparsi delle eventuali distorsioni celate nel particolare per far prevalere il generale. Ecco il senso della proposta di riforma.

Non si può ragionare su questo argomento fingendosi smarriti o svampiti sulle ragioni della riforma, girovagando attorno a questioni marginali.
Non è difficile mettere assieme gli articoli di denuncia e inchiesta pubblicati sulla Gazzetta del Mezzogiorno. Così, tanto per farsi un quadro.
Se qualcuno pensa che la Gazzetta del Mezzogiorno abbia raccontato bugie e che i suoi giornalisti siano bugiardi, faccia quel che si fa in questi casi, si querelino per diffamazione.
Ma se invece il sistema delle “coincidenze” diventa un po’ troppo coincidente non sembra proprio il caso di attivare armi di distrazione di massa.
Certo, un’inchiesta giornalistica non equivale a un accertamento amministrativo, ma nella pubblica amministrazione la cifra del buon andamento è pure nella tutela anticipata, ossia i rimedi adottati prima che possa capitare qualcosa.

E allora: non si può tacciare di faziosità una riforma scritta per reagire a numerosi allarmi di faziosità. Basta scorrere i titoli: “Il partito del direttore piazza consiglieri comunali e figli. Ecco la Parentopoli dell’Arpal” (Gazzetta del 12 aprile); “Arpal, quelle assunzioni dopo i cambi di casacca” (Gazzetta del 13 aprile); “Arpal nel caos Parentopoli – E spunta il bando su misura per assumere i parenti” (Gazzetta del 14 aprile); “Arpal, ai politici pure incarichi legali” (Gazzetta del 20 aprile); “L’Arpal discrimina i ciechi” (Gazzetta del 24 aprile).
Accreditare l’idea di una riforma presentata per beghe personali è certamente un’opinione, ma priva di pudore e senso del limite.

È invece una riforma ricca di politica se per politica s’intende un modo per migliorare con concretezza le condizioni delle persone e non un rumoroso gioco di società, dove la corsa la vince chi non sa dove andare.
In queste ore giuristi d’occasione imbracciano l’argomento della incostituzionalità della riforma, più o meno come don Abbondio a Renzo sciorinando con il “latinorum” gli impedimenti alle nozze: «Si piglia gioco di me?» interruppe il giovine. «Che vuol ch’io faccia del suo latinorum?» Già, che volete si faccia dell’incostituzionalità? Soprattutto se poi tale incostituzionalità dovesse consistere nel fatto, come pure è stato scritto, di una legge regionale in riforma di un’altra legge regionale. Ma dai! Da quando una legge regionale non può modificare una legge regionale? Vogliamo mettere fuorilegge il chiodo scaccia chiodo?
La proposta di riforma adotta una revisione degli organi di governo, istituendo il Consiglio d’amministrazione.

Ai proponenti della proposta di riforma sarebbe piaciuta la sostituzione della funzione del Direttore generale con quella dell’Amministratore unico. Semplicemente. Ma non si può avere tutto. Nell’esame del testo in Commissione la maggior parte dei componenti hanno preferito affiancare al Direttore generale il Consiglio d’amministrazione, per imitare l’organizzazione dell’Agenzia nazionale. Può mai essere incostituzionale una legge regionale in imitazione di una legge statale? Si dubita, anche perché l’obiezione appare fin troppo sottile anche per il più sottile dei giudici costituzionali.
La riforma è molto probabile vada in porto, anche perché sostenuta dal parere favorevole del Governo regionale.

È comprensibile l’attivismo degli interessati e dei loro simpatizzanti nel resistere alla riforma, difendere una carica e con esso un metodo di lavoro. Appunto.
Ma la prospettiva degli interessati alla carica di direzione dell’Arpal non può coincidere con quella del legislatore regionale che, posto di fronte al rischio di tollerare con l’inerzia rischiose esuberanze degli interessati, reagisce recuperando il suo ruolo prioritario: rendere disinteressati gli interessi degli interessati.
È tutto qui il senso della proposta di riforma.

 

Articolo pubblicato su Gazzetta del Mezzogiorno del 07 giugno 2022

 

 

La riforma dell’Arpal un atto di favore contro ogni complicità

L’Arpal serve più a votare che a lavorare. Più o meno come disse Mario Missiroli per l’Acquedotto: «Da quando esiste, ha dato molto più da mangiare che da bere». E così richiamò il contesto di “favori” nel reclutamento di personale e nelle forniture di beni e servizi.
Il suo nome secolare è “Agenzia regionale per le politiche attive del lavoro”. Poi fu Arpal. Arpal e basta. Arpal e ho detto tutto. Arpal non più acronimo ma pure sineddoche: dire il contenitore per dire il contenuto. Arpal come il nome di un religioso che abbandona il secolo e con lui il nome di battesimo. Per intenderci e senza voler scherzare con i santi, come Padre Pio col suo nome secolare Francesco Forgione.

Negli ordini monastici il nome si cambia come segno di una nuova prospettiva di vita, sancita da una promessa a Dio che nella vulgata e per estrema semplificazione si dice «prendere i voti». Già, i voti. Ecco il punto. E proprio una materia di voti. L’Arpal, stando a documenti e cronache, è diventata una storia di compiti istituzionali trasfigurati in caccia ai voti e promesse di eterna devozione al dio delle urne.
Per far cosa questi voti? Non si sa. È indecifrabile, almeno allo stato, quale sia l’idea di riscatto umano offerta a giustificazione di così ampia bulimia elettorale, tanto confusionaria quanto pasticciata, rappresentata, tanto per darsi un tono, con quell’etichetta passe-partout (le liste civiche) appiccicata su prodotti politici occasionali e quindi senza realtà e senza durata. Prodotti attraverso cui la malattia del potere viene scambiata per il farmaco, in fondo nella vana speranza di poter ingannare la morte. Disturbi seri, insomma.
L’Arpal è un’agenzia che negli ultimi tempi ha accumulato numerose e discutibili decisioni. E proteste.

La protesta dei ciechi esclusi dai concorsi, probabilmente per far posto a quelli “miracolati” da vista più lunga e informata sul mondo e le sue seduzioni.
Le proteste dei legali-non-politici per le preferenze negli incarichi accordati ai legali-non-politici, perché all’Arpal va forte Trasimaco, sicché in materia di giustizia il giusto è l’utile del più forte.
Le proteste degli idonei non assunti da un bando perché surclassati dai partecipanti a un nuovo bando per mansioni equivalenti, ma con il riconoscimento di punteggio maggiore per la precedente esperienza lavorativa nella stessa Arpal. Un labirinto pure a scriverlo e a leggerlo.
Le proteste di tutti i partecipanti senza successo alle selezioni di reclutamento, colpevoli, così riportano le cronache stigmatizzando le coincidenze, di non aver alcuna voglia d’impegnarsi in politica o indisponibili al pendolarismo politico da gratitudine («cambi di casacca»).

Le proteste dei non reclutati per carenza del titolo di consigliere comunale o figlio di consigliere comunale, nonostante nei bandi non fosse previsto tale requisito. E anche su questo stanno nelle cronache le numerose coincidenze.
Di protesta in protesta si è accumulato un sentimento su cui sarebbe stato mostruoso non occuparsene. Far finta di niente.
Ecco dunque la proposta di legge per mettere fine a una gestione discutibile e non accordata con le finalità istituzionale di un’agenzia nata per favorire il lavoro. Di tutti. Senza preferenze e senza preferiti. Non una proposta contro una persona, ma contro una gestione attraverso la decadenza di una persona. Non c’è cosa umana che non cammini sulle gambe di persone, verrebbe da dire a chi si scaglia contro la proposta adducendo la personalizzazione dell’iniziativa, facendosi così sostenitore di un esito ridicolo, la spersonalizzazione della persona, nonché sepolcro imbiancato o difensore in malafede di pratiche non più tollerabili.

La proposta di legge per riformare l’Arpal è un atto di favore per l’imparzialità della pubblica amministrazione e contro ogni inerzia tollerante e complice, mentre tutto scorre, e chiaramente, sotto gli occhi di tutti. Sarà approvata nelle prossime settimane dal Consiglio regionale. Si spera. E tutto questo perché la pubblica amministrazione ha due nomi con valore di laica religione. Sempre due. Immutabili. Disciplina e onore. Anche quando costa tanto sia mantenerle che ripristinarle.

 

Articolo pubblicato su Corriere del Mezzogiorno Puglia del 4 giugno 2022

 

«L’assessora non concorda con il Consiglio? Si dimetta»

Intervista a Fabiano Amati

Consigliere Fabiano Amati, ha attaccato duramente l’assessore Maraschio. Perché secondo lei non poteva esprimersi contro il parco offshore salentino? «Il Consiglio è l’organo di indirizzo supremo della Regione e ha deciso per il sì. Se l’assessore non è d’accordo entri in contestazione con l’Assemblea e si dimetta». L’assessore ha detto no alla localizzazione, non all’impianto in sé. «Dove localizzare le opere lo decidono le leggi e i tecnici non le sensibilità, o meglio le insensibilità, personali in materia di ambiente. Perché, non mi stancherò mai di dirlo: le rinnovabili sono infrastrutture complici dell’ambiente e chi le ostacola è complice dell’inquinamento». II paesaggio che fine fa in questa sua valutazione? «Il paesaggio è un bene culturale, regolato da norme. Non è un’entità percettiva individuale, altrimenti saremmo in uno Stato totalitario. Il paesaggio va tutelato dove e quando lo stabilisce la legge». Quindi quello che è successo ai monti dauni con l’onshore a lei va bene? «Secondo il Pptr andava bene ma io credo che lo stesso piano oggi vada cambiato: non è possibile fare ambientalismo ostacolati da una regolamentazione paesaggistica».

Se il paesaggio limita la cura dell’ambiente allora le sue tutele vanno modificate

Non le sembra paradossale? «No, perché l’ambiente è un bene neutro, oggettivo. Noi sappiamo che fa male respirare le emissioni del carbone o del petrolio bruciato. E sappiamo che non fa male al suolo, alla falda o all’uomo avere un parco eolico. Se il paesaggio ha delle regole che contrastano l’ambizione della cura del creato e la prevenzione delle malattie, allora la sua tutela va cambiata». In che cosa il Ppptr va cambiato? «Nelle linee guida per cui con un’interpretazione restrittiva vengono negate le autorizzazioni che ci permetterebbero di raggiungere il target green nei tempi stabiliti». L’ordine di giorno approvato dal Consiglio dice che la Puglia si impegna a tenere conto delle comunità locali, però. «Non di tenere conto ma di interloquire». A che scopo? «Per valutare la conformità a leggi e a norme tecniche, mica per chiedere a un singolo rappresentante del governo regionale per chi batte il suo cuore ovvero se far prevalere l’interessa campanilistico o quello generale». Un rappresentante regionale non ha il dovere di rappresentare i territori? «Sii, sulla base di un principio di legalità, altrimenti è un atteggiamento totalitarista. Gli organi politici hanno un compito di dire se una cosa va bene ma non come si fa». L’assessora Maraschio ha detto che oltre le 12 miglia i progetti possono andare… «Faccio osservare che sarebbe fuori dalle acque territoriali, a quel punto non c’è bisogno nemmeno di chiedercelo. Per altro l’assessore ha ammesso di non conoscere il progetto. Come si fa a dire di no a una cosa che non si conosce?». Tuttavia si era già detta contraria a opere impattanti. «Peggio, l’amministrazione è un luogo in cui le scelte si prendono per giudizio non per pregiudizio». ul parco a Otranto ritiene che si possa localizzare altrove? «Lo devono decidere i tecnici. Tutto può avere un impatto, anche i mulini a vento olandesi crearono un impatto e furono realizzati per fini produttivi, mica li fecero per la pubblicità dei biscotti. Eppure ora chi mai li farebbe abbattere?».

 

Pubblicato su Nuovo Quotidiano di Puglia del 13 maggio 2022

amati nuovo quotidiano di puglia maraschio 13 maggio 2022

I “no” a catena e il dibattito surreale sugli impianti

di Fabiano Amati

Le infrastrutture energetiche moderne non sono un sacrificio ma una chance. Un’opportunità. Servono ad appropriarsi di maggiori ricchezze soddisfacendo i bisogni di tutti. Ma queste chance, ovviamente, bisogna sapersele prendere quando e il tempo e non perderle com’è accaduto per Tap. E invece stiamo rischiando la stessa storia del gasdotto. Si chiamò sacrificio ciò che non era, modificando pure il vocabolario. Non sarebbe stata una rinuncia per il bene altrui, ma un’ospitalità per il comodo proprio. E invece si disse “no” e non si capi che era un “no” a noi stessi.

Ma poi per fortuna di fece e oggi limita, senza alcun danno ambientale, il già grande salasso in bolletta. Anche questa volta rischiamo di trovarci dinanzi a tanti “no” politici, conditi con parole d’infondato spavento, per decisioni che speriamo arrivino nonostante noi, regalandoci un ruolo da protagonisti nella sicurezza ambientale, nella prosperità e nella pace, ma senza purtroppo poter godere di alcun tipo di compenso. Per il solito ritardo nell’assumere decisioni. Per un’incontrollata dissipazione di parole, dicendo tutto per non dire niente, lisciando il pelo – di fatto – a chi usa questi argomenti per riportare a galla una coalizione conservatrice d’idee rosso-brune (destra-sinistra), adagiata sui vecchi arnesi della lotta di classe o della nobiltà del suolo e del sangue (Chico Mendes e Walter Darrè), per cui l’ecologia priva delle cianfrusaglie ideologiche è giardinaggio. Il dibattito sulle rinnovabili e sul gas è surreale.

Se si esprime favore per le rinnovabili, ed io lo faccio da anni, si sente un “no” per difendere il paesaggio e la proposta alternativa di piazzare pannelli solo sui tetti. E che per carità non siano inclinati e all’inseguimento del sole, ovviamente. Se si fa osservare che tutti i tetti d’Italia e le aree di bonifica non appagherebbero l’obiettivo di capacità di 76GW entro il 2026, si sente un “no” auspicando l’alternativa dell’idrogeno. Se si fa osservare che solo avviare il programma idrogeno serve una capacità ulteriore di 40GW di rinnovabili rispetto ai 76GW, si sente un “no” con l’alternativa dell’eolico offshore. Se si propongono parchi di eolico offshore, si sente – ancora una volta – un ‘ no” con l’alternativa dei tetti, perché come nel gioco dell’oca si torna sempre al punto di partenza, nella speranza che gli interlocutori si siano dimenticati della prima obiezione. Detto per inciso: mentre tutto ciò accade c’è sempre qualcuno che parlando di Ilva chiede la riconversione a idrogeno, probabilmente non sapendo che quel programma ha bisogno i ulteriori 40GW di rinnovabili. Ossia, altro eolico, altro fotovoltaico e altre biomasse.

E poi il gas. Qui il surreale assume sembianze patafisiche: la scienza delle soluzioni immaginarie. Il “no” al gas viene scritto su qualche post o si detta per qualche giornale stando al caldo o al fresco della propria casa, oppure dopo aver consumato un ricco pasto, preparato con vecchie cucine a gas o con le nuove a induzione, guardando la sempre-accesa tv e contemporaneamente assordati dal rumore della lavatrice, del phone, della lavastoviglie, dell’aspirapolvere e benedicendo – perbacco – il nuovo frigorifero per i giorni feriali e quello a pozzetto per le grandi occasioni, che assieme ai due computer di casa sempre accessi fanno bella mostra dei nostri grandi progressi domestici nella società sempre più elettrica e perciò sempre più top. E pure le prese del garage non se la passano meglio: macchina, bici e monopattini, per un mondo green.

E siccome si contestano anche le banche centrali, perché poi sta proprio sul cavolo l’imperialismo, si fa affidamento sulle criptovalute, puntando sulla blockchain per farle funzionare. Blockchain? Cos’è questa creatura? Si tratta di milioni di computer sempre accesi manovrati da milioni di “minatori”, messi in rete per estrarre” la nuova moneta. Ma dietro tutte queste prese elettriche occupate cosa c’è? Da dove arriva tutta questa elettricità? Domanda scabrosa e priva di pudore. Da non farsi. Dopo aver sdoganato tutto, compreso il sesso, ili ultimi due tabù rimasti sono la cacca (ci sono anche i “No” ai depuratori) e da dove prendiamo l’energia che ci serve per le comodità a cui non intendiamo rinunciare.

E allora. Se si propone un serbatoio costiero di gas naturale liquefatto, si sente dire che non è quello il luogo senza però sapere quale sarebbe il luogo più giusto. Se si avanza con il raddoppio del gasdotto Tap, si invoca l’alternativa del Poseidon. Se si decide per Poseidon, si sente un “no” perché abbiamo già dato. Se si propone un rigassificatore a terra, si sente l’alternativa offshore. Se si accetta l’offshore, si sente dire che il gas è comunque una fonte fossile. E a questo punto che si fa? Ci si chiede. La risposta è: le rinnovabili. E si riparte con il gioco dell’oca. Si torna alla casella di partenza. Ascoltare queste cose è il vero sacrificio privo di compensazioni.

Una rinuncia masochista alla sanità della mente propria per non intralciare le farneticazioni coltivate nella mente altrui. Siamo costretti a fronteggiare un “no” politico a decine di investimenti utilissimi. Un paniere di programmi da ottenere battendo la concorrenza delle altre regioni, utilizzando la maggiore compatibilità geografica della Puglia. La regione Porta del Mediterraneo, come si dice spesso. Ma metafora di quale porta è una regione condizionata dai “No” che lavorano per murare quella porta? Le rinnovabili e il gas, nella loro combinazione, l’uno a integrazione dell’altro, sono un programma energetico di modernità, per tenere acceso il palinsesto delle nostre case e di tutte le fabbriche impegnate, con milioni di posti di lavoro, ad offrirci i prodotti irrinunciabili della nostra società elettrica. Le rinnovabili e il gas, nel loro sodalizio, sono metodiche di produzione energetica con grandissima sicurezza ambientale. Finalmente. Per anni abbiamo “svenduto” il nostro territorio alla produzione di energia con metodiche inquinanti e ne abbiamo avuto un peso inquinante ben maggiore del vantaggio.

Ora abbiamo invece l’opportunità di candidarci ad avere qualcosa con posta contabile solo attiva, perché mai dovremmo dire “No” e cosa facendo favorire il mondo a petrolio e carbone? Le rinnovabili e il gas sono il più prossimo futuro e la transizione dal presente a ciò che verra, al tempo magari in cui riusciremo a mettere in una bottiglia il sole: la fusione nucleare. E per evitare che a quel tempo saremo tutti morti, magari per il sogno imperialista degli ultimi dittatori entrati in guerra perla prepotenza di essere «una pompa di benzina mascherata da paese», così come definì la Russia John McCain, forse facciamo in tempo a dire che rinnovabili e gas servono pure alla pace. A ridurre cioè la dipendenza da tutti i Putin seduti sulle poltrone di comando degli ultimi stati totalitari, contro i quali non riusciamo a irrogare le sanzioni economiche più totali proprio per la dipendenza energetica, costringendoci all’invio di bombe, droni e aerei.

Chi non vuole le rinnovabili e le infrastrutture per il gas vuole il petrolio, il carbone, l’inquinamento, l’esposizione alle malattie, lo spegnimento elettivo delle nostre case, la chiusura delle fabbriche, la povertà, le disuguaglianze e l’invio delle armi per garantire la pace. Si pub mai accettare tanto danno per dei “no” privi di senso? Facciamolo un sacrificio. Rinunciamo a un po’ di pazienza e smettiamola di ascoltare sciocchezze.

 

Articolo pubblicato su Nuovo Quotidiano di Puglia del 06 maggio 2022

 

Industria eco-sostenibile «Brindisi ne sia la capitale» – Rinnovabili, Amati rilancia: «Brindisi sia capitale dell’industria ambientale

La ricerca dell’autonomia energetica prima, la necessità assoluta di questa in seguito alle vicende belliche nel cuore dell’Europa che si sommano, attraverso di essa alla creazione di una strada possibile per la la pace Brindisi polo italiano di eolico offshore. Che ne pensa? 

«Ho sempre detto che a Brindisi si può fare di tutto tranne una pista da sci. Il problema sono i professionisti del No ideologico, che nel nuovo mondo verde sono diventati i sostenitori dell’inquinamento, della povertà. e della guerra. Brindisi potrebbe dunque diventare capitale italiana dell’eolico offshore, ma una capitale non ha una sola città». 

 

Che significa? 

«Significa che lo specchio di mare di Brindisi non può contenere tutto l’eolico offshore di cui abbiamo bisogno, per cui potremo essere davvero capitale se si faranno anche gli altri parchi eolici, a cominciare da quello del sud Salento, con Brindisi che si batte per insediare nel suo porto tutte le attività per la costru -zione e la manutenzione di tutti i parchi offshore d’Italia. Insomma, capitale italiana dell’offshore non significa che i parchi si realizzano solo al largo di Brindisi, perché a tacer d’altro non c’è specchio di mare sufficiente per contenere tutta la capacità di cui abbiamo bisogno, per imporre, lo ripeterò a sfinimento, la sicurezza ambientale, la prosperità e la pace». 

 

Ma perché non sarebbe sufficiente solo la costa di Brindisi per l’offshore? 

«Tenendo sullo sfondo la questione del gas su cui mi piacerebbe che le associazioni datoriali e tutti i cittadini “coraggiosi” dicessero qualcosa di chiaro chiaro Torneremo su questo, non tema in Italia dobbiamo raggiungere una capacità aggiuntiva da rinnovabili di 70 GW entro il 2026. Premesso che siamo la capitale italiana del sole, del vento e del mare, dove vuole che si ritrovino le condizioni e standard migliori per le rinnovabili? Da noi, ovvio. Se questo è, e senza aggiungere la ulteriore capacità che servirebbe per l’idrogeno e la riconversione di Ilya, probabilmente ulteriori 70GW, ne viene fuori la necessità di utilizzare gran parte della costa pugliese per dare un piccolo contributo a quegli obiettivi, nell’attesa della tanto auspicata fusione nucleare, ma chissà quando la vedremo».

 

Perché l’offshore è un piccolo contributo sugli obiettivi totali da rinnovabili? 

«Per motivi numerici e i numeri non possono essere massaggiati a piacimento. 70 GW come obiettivo italiano al 2026, a cui aggiungere ulteriori 70GW solo per idrogeno e riconversione Uva e senza fare calcoli più complessi sul sempre crescente fabbisogno elettrico al netto dei risparmi, vuol dire che ci serve anche fotovoltaico e biomasse. Anche sul fotovoltaico e sulle biomasse si osservano intenti favorevoli sulla carta e contrasti nei fatti. Ci sono 400 istanze ferme, relative alla Puglia, per circa 15GW di capacità. Chi si oppone dice che basterebbe mettere i pannelli sui tetti, ma i numeri dicono altro. Dicono cioè che se pur pensassimo di mettere pannelli su tutto il costruito italiano non potremmo avere più di 1/4 della capacità necessaria in tempi brevi». 

 

Vuol dire che è necessario accettare tutto? 

«L’ambientalista vero e non di facciata, il così detto greenwashing, dice “Sì alle proposte di rinnovabili dove le normative e le linee tecniche lo consentono”. E siccome si rende conto che le rinnovabili non bastano, s’interroga su cos’altro fare per far vivere le persone con le comodità che hanno e con quelle che verranno senza però ricevere bollette salatissime. Ed evitare le bollette salatissime è una cosa di sinistra, perché in grado di ridurre le disuguaglianze. 

 

Ma questo «cos’altro» a cui fa riferimento cos’è? Il gas? 

«Esatto. Brindisi è una città che ha dato tanto per la produzione energetica da fonti inquinanti, con tutte le conseguenze anche in termini di esposizione alle malattie. Ora che invece abbiamo l’opportunità di avere cose migliori, per esempio le infrastrutture per il carburante di transizione, ciòè il pulitissimo gas, si può capire perché dobbiamo dire No? Abbiamo detto Si a cose terribili perché dobbiamo dire No a cose in grado di risarcirci da quel passato terribile? Aggiungendo che le infrastrutture  per il gas possono pure portare investimenti da responsabilità sociale, quelli che chiamiamo compensazioni, che le imprese devono ai territori in virtù delle normative vigenti.

 

Ma precisamente che significa gas? 

«Per Brindisi significa serbatoio costiero Gnl e rigassificatore offshore – nave Fsru. Due argomenti su cui vorrei vedere tutti impegnati nel combattere le opinioni contrarie, perché foriere di politiche inquinanti. E invece su questi argomenti vedo tante timidezze. 

 

Insomma, Brindisi capitale dell’industria ambientale? 

«Si. Mi piace la definizione. Perché valorizza la cultura industriale, l’ambientalismo, la prosperità e la pace. E si apre pure, come fatto assolutamente lo- gico, alla città del turismo. Perché la città con un’industria pulita e a servizio dell’ambiente, diventa una città con un brand innovativo in grado di poggiarsi benissimo sulla città storica, sul paesaggio della sua campagna e nella narrazione pugliese di questi anni. Ma anche qui, purtroppo, c’è un problema…

 

Quale sarebbe, il problema? 

«A Brindisi anche la costruzione di un resort alta gamma o un campo da golf, vengono passati nel tritacarne del professionismo del No. Ma come si fa turismo, cioè un settore industriale molto pesante, senza l’accoglienza e gli stravizi per istigare alla spesa chi ha di più e quindi generare effetti di lavoro più vantaggiosi in favore di chi ha di meno? Anche questa è una cosa di sinistra. Ma purtroppo se arriva un imprenditore con l’idea di un resort viene mandato via e mi pare che nel nuovo Pug non vi sia alcuna tendenza diretta a favorire questo tipo di iniziative. E siccome i professionisti del No ragionano per abbrivio mi è capitato che anche sui resort mi abbiamo detto, per dileggiarmi, fatteli a casa tua. E su questo ho sorriso perché il 10 agosto 2000 proposi al Consiglio comunale di Fasano 31 varianti puntuali al Piano regolatore, che sono più o meno gli attuali e tanto decantanti resort. Mi verrebbe da dire: a casa mia già fatto, perché non proviamo a farli anche a Brindisi?» 

 

Brindisi quindi ha un grande potenziale? 

«Immenso, da capitale pugliese di industria ambientale, cultura e turismo. Io adoro Brindisi e non come fatto retorico ma perché ha caratteristiche largamente compatibili per aprirsi al nuovo modo. E purtroppo anestetizzata da una parte di classe dirigente la cui statura massima è quella sviluppata stando seduti a sonnecchiare, raccontando luoghi comuni, totem e tabù». 

Intervista di ANGELO SCONOSCIUTO pubblicata su Gazzetta del Salento del 01 maggio 2022

Si dica basta al civismo della clientela. La svolta? Servono coraggio e lavoro

«Palese che se la prende con tutti? È un modo per non guardare la trave nei propri occhi, per sembrare rivoluzionari, sì, ma in pantofole».

Sferzante com’è nel suo carattere, Fabiano Amati – consigliere regionale del Pd e presidente della prima Commissione Bilancio e Programmazione – richiama l’amministrazione della Regione a un cambio di passo sulla sanità.

«Non ci crede nessuno che la colpa di disservizi e ritardi sia dei direttori generali, degli ingegneri, dei geometri, dei medici. Quando ascolto questa narrazione epocale fatta dall’assessore Palese – commenta – mi verrebbe sempre da rispondere: a che ora passiamo ai fatti concreti?».

Passiamo ai fatti consigliere. Di chi sono le responsabilità di una sanità che, troppo spesso, ancora oggi, arranca?

«I fatti? Il primo, eclatante, sono le liste d’attesa: i tempi sono disallineati rispetto a quelli delle prestazioni a pagamento, a parità di personale impiegato e ore lavorate. Cosa si dovrebbe fare? È scritto nelle norme: sospendere l’attività a pagamento, riallineare i tempi e ripartire. Perché non si fa? Chi lo deve fare? La Regione. Ma non lo fa. Il secondo fatto: le risorse stanziate ex articolo 20, dedicate all’edilizia sanitaria. Sono mesi che aspettiamo che la Giunta mandi a Roma l’ultimo accordo stralcio per utilizzare i 245 milioni del 2008. Denaro che, una volta impiegato, ci consentirebbe di spendere gli stanziamenti del 2019, pari a 270 milioni. Un mese fa dissero “lo facciamo subito”, ancora oggi non è stato fatto nulla».

Se la Puglia è piantata con entrambi i piedi in questo pantano di inerzia, qualcosa andrà pur fatta. Perché non si rimuovono i vertici dell’amministrazione, se li si ritiene inefficienti?

«Questo prevedono le leggi che ho proposto e sono state approvate in Consiglio regionale. Ed e responsabile chi quelle leggi deve farle eseguire. Ma lei lo sa che ci sono attese anche per la chirurgia oncologica? Perché non si dispongono prestazioni aggiuntive per gli anestesisti così da assicurare sedute di sala operatoria? Perché non vengono chiamate tutte le donne pugliesi allo screening del carcinoma mammario come prevede la legge? La norma è in vigore da febbraio e non si è mosso nulla. E più facile dare la colpa a Fitto, a Vendola, per nascondere le proprie responsabilità».

Consigliere lei ormai da tempo parla come un componente della minoranza, lo sa?

«No, io parlo come un esponente di governo. Dico le cose dette in campagna elettorale, ma ora non le fanno. Mi ritengo la “vestale” del programma: individuo i problemi, suggerisco le soluzioni. Non vorrei, tuttavia, restare l’unico al governo».

Non teme che le sue critiche alla Giunta regionale – ormai quasi quotidiane – possano indebolire, depotenziare le sue proposte di consigliere di maggioranza?

«Ma io non voglio restare nel piccolo cortile della ritorsione politica. Sulla diagnosi e terapia della Sma siamo stati la prima regione in Italia, un motivo di vanto per il presidente Emiliano: quella legge l’ho proposta io. Non avrebbe senso consumare una “vendetta” ai danni dei malati e delle malate di Puglia pur di ostacolare le mie buone idee e il mio lavoro. Difetterebbe di logica e sarebbe crudele. Se poi infastidisce il mio modo di operare, se ne facciano una ragione: io sono e agisco come amministratore pubblico».

E cosa farebbe, lei, per rimettere la sanità sui binari dell’efficienza?

«Sul fronte delle liste d’attesa, bloccherei le attività a pagamento in caso di tempi disallineati, come prevede la legge e come prevedeva una mia vecchia proposta sabotata. Sbloccherei i cantieri degli ospedali, del San Cataldo a Taranto – dove vanno recuperati 105 milioni di euro, dai fondi ex articolo 20 – e il Monopoli-Fasano, per il quale sono stati concessi sette milioni aggiuntivi e sui quali ora indaga per fortuna la Corte dei Conti. Chiamerei i pugliesi agli screening tumorali, mammella, colon e collo utero. Se Palese facesse queste cose, che sono avviate, sarebbe già una rivoluzione. Ma c’è bisogno di coraggio, di olio di gomito e di mettere da parte il civismo della clientela, che non vuole dispiacere i garantiti per un grande progetto di potere, opportunista, trasformista e fine a se stesso. Ecco, su questo e sulle numerose opacità purtroppo emerse ammetto di essere obiettivamente all’opposizione, con grande fatica, incomprensioni e pure rovinando la mia carriera. Ma sono fatto cosa».

II capogruppo di Fratelli dgtalia Ignazio Zullo ha proposto di potenziare le unità di controllo di gestione per impedire sprechi e ritardi. E d’accordo?

«Rabbrividisco al pensiero che si crei l’ennesimo organismo con dieci persone, pronte domani a formare un’altra lista civica di maggioranza. Siamo pieni di controlli, è la gestione quotidiana dei problemi a mancare. L’unica controllo di gestione che andava fatta era quello sulla spesa farmaceutica, che ha sottratto risorse dal bilancio autonomo per ripianare gli sprechi: è come togliere il pane dalla bocca delle persone. Il primo compito degli assessori regionali è quello di indirizzo e controllo: lo facessero, con concretezza e realismo, senza preoccuparsi soltanto di raggiungere obiettivi di potere. Si occupassero concretamente delle lacrime delle cose e delle persone e la smettessero di proporci i loro pianti con le lacrime altrui, solo per apparire rivoluzionari. In pantofole, ovviamente».

 

Intervista di Paola Ancoram pubblicata su Nuovo Quotidiano di Puglia del 20 aprile 2022

«Piano casa norma equilibrata da Emiliano un attacco a Decaro»

Presidente Fabiano Amati (Pd), nella «coalizione dei pugliesi» ritorna il dibattito sul piano casa?

«Non appena la sinistra fa la sinistra, occupandosi di argomenti per mettere piatti a tavola, tutelare l’ambiente e assicurare la legalità, ossia il Piano Casa, una coalizione conservatrice rosso-bruna si mette in cammino per conservare povertà, inquinamento e trucchi. Questo è lo stato della discussione; ma a parte il noto “situazionismo” di Emiliano, che lo porterebbe pure a fare il morto ai funerali se questo non gli togliesse il gusto di leggere i necrologi, il consiglio ha per fortuna una larga maggioranza di consiglieri equilibrati per approvare al più presto la mia proposta o quella che la Giunta regionale, bontà sua, vorrà presentarci».

Sul tema Emiliano definisce Lacatena “di sinistra”, mentre la maggioranza come “proattiva all’edilizia”.

«Lo definisce così incorrendo in una gaffe con un attacco esplicito a Decaro. Dice di essere stato ammaliato dal capogruppo di Forza Italia per via di un emendamento al Piano Casa, con cui si vietava la monetizzazione degli standard e che questo fosse un atto di sinistra innanzitutto, quell’emendamento fu approvato con Emiliano assente e quindi fu amore in contumacia. A ciò si aggiunga che qualche settimana dopo su richiesta dei comuni pugliesi e innanzitutto dal Comune di Bari, presentai con Caracciolo un emendamento abrogativo che il consiglio approvò con parere favorevole del Governo Emiliano».

Da cosa nasceva questo intervento legislativo?

«Dalla freccetta di Cupido scoccata dal capogruppo di Fi verso Emiliano andava pure a colpire i piccoli interventi e avvantaggiava quelli grossi, creando condizioni di disuguaglianza come si possa dire di sinistra una cosa che crea iniquità è cosa che dobbiamo ancora capire. Circa la maggioranza proattiva all’edilizia, Emiliano fa il caso del Comune di Bari e dei palazzi che nascerebbero come funghi, attaccando di fatto il sindaco di Bari che è uno dei pochi in Puglia che ha scelto con delibera come raccogliere i benefici del Piano Casa. E su questo credo ci sia più insofferenza politica che ragionevolezza».

Alla Gaber: il Piano Casa è di destra o di sinistra?

«È un programma di avanti, detto con De Gasperi. È un’idea di prosperità nel rispetto dell’ambiente e senza consentire che le persone si tolgano il cappello dinanzi a un amministratore comunale e dirigente dell’ufficio tecnico, dando slancio a un settore ad altissima densità di posti di lavoro».

L’assessore Maraschio?

«Ha presentato alla giunta un disegno di legge che ricalca la mia proposta, per cui salvo qualche riflessione aggiuntiva sulle percentuali di premialità potrebbe essere adottato come testo di riferimento. Ma lei, purtroppo, non ha alcuna autonomia decisionale, e il suo testo è fermo sull’uscio della giunta. E il bello di tutto questo è che la maggioranza rosso-bruna più il “situazionismo” di Emiliano urlano contro la proposta Amati-Caracciolo e reclamano il testo della Maraschio, senza nemmeno averlo letto. Della serie, più pregiudizio che giudizio».

Della maggioranza extra large alla Regione, se ne parlerà nel congresso del Pd?

«Il tema del congresso dovrà essere “L’opportunismo è cosa diversa dal cambiare idea”. Si cambia idea se si dice qual era la convinzione precedente e quella successiva. L’opportunismo è scegliere la parte verso cui pende il potere. Ovviamente si ha pudore nel dirlo così e la scelta viene chiamata “civismo”. E su questo ne vedremo delle belle, perché il Pd di Monopoli ha già un candidato sindaco per le prossime amministrative e non accetta i giochi di prestigio di Emiliano».

Intervista di MICHELE DE FEUDIS pubblicata su La Gazzetta del Mezzogiorno del 19 aprile 2022

 

Anche nella morte per cancro esiste uno squilibrio di genere

Nella lotta al cancro c’è la prima politica di parità tra uomini e donne. Non solo dunque le più gettonate questioni attorno alla parità nell’accesso al potere e al lavoro. A sancire le differenze tra i sessi c’è anche la distrazione sui tumori di genere. Quelli che colpiscono solo o soprattutto le donne. Una terribile ingiustizia.
Una violenza di natura in grado di trasformare organi di impareggiabile grazia femminile in tane per cellule maligne. E in molti casi pure per tragica familiarità; non dunque eredità per un futuro opulento ma mutazioni genetiche da tramandare per tenere in famiglia la catena del dolore. Un arruolamento obbligatorio nell’esercito dei soldati tragici, forse per vincere la guerra dell’evoluzione.
Fermiamoci a pensare su tutto questo. C’è sempre la figlia, la mamma, la sorella o la moglie di qualcuno di noi, cadute perché non c’era nulla da fare oppure per superficiale ritardo nella prevenzione. Siamo tutti orfani di una malata di cancro. E nelle ore più meste, quelle che tornano sempre nel cuore degli orfani, il pensiero si fa più cupo anche per rimpianto o rimorso, per quello che si sarebbe potuto avere e non si ebbe o per ciò che si sarebbe potuto fare e non si fece.
Nella morte per cancro c’è uno squilibrio di genere. C’è, nella sconvolgente aggressività, una sproporzione per tumori al seno e all’apparato genitale.
Eppure abbiamo acquisito strumenti rivolti a maggiore uguaglianza. Il problema è che li usiamo poco e male. Sono strumenti noti. Tutti scritti nella bella copia delle leggi e dei programmi di prevenzione.
Nel caso del carcinoma mammario, con le sue connessioni di storia clinica a quello dell’ovaio, i programmi di prevenzione li abbiamo chiamati screening.
Un benintenzionato monitoraggio su una popolazione femminile tra i 45 e 74 anni, invitata alla mammografia di sorveglianza ogni uno o due anni. Ma si fa? È proprio vero che si chiamano tutte? No. La realtà non risulta accordata con i piani di prevenzione e gli atti delle aziende sanitarie.
Ogni giorno in cui si svolge un convegno sul potere negato alle donne, ci sono donne che non risultano chiamate allo screening. E mentre quelle più informate e socialmente attive rimediano con l’esame a pagamento, quelle affannate nei disagi concreti della vita perdono l’attimo e il male entra in loro. Silenzioso. Sino a quando il primo sintomo e la prima diagnosi smaschererà il dramma e il tempo perso.
Di recente il Consiglio regionale della Puglia ha approvato una legge con cui si è stabilita la decadenza dei direttori generali delle Asl qualora non siano invitate allo screening tutte le donne. Tutte. E non meno della metà, come avviene sinora. Una decisione tanto ovvia quanto difficile da prendere. Si è trattato di un provvedimento concretamente rivolto alla parità di genere. Una condizione d’uguaglianza che si stenta a raggiungere anche per inospitalità alle innovazioni della ricerca.
È il caso dei test genetici per sapere con debito anticipo se in qualche antro recondito, invisibile, sta acquattato in persona sana un gene mutato pronto alla “guerra”. Anche su questo ha provveduto da poco il Consiglio regionale, stabilendo la gratuità dei test e dei successivi programmi di sorveglianza.
Ora viene la parte più difficile: l’esecuzione delle nuove disposizioni.
Si teme una reazione stentata, titubanze, preoccupazioni e problematicità, nonostante l’alta posta in gioco. Ma “se non ora, quando?” Verrebbe da dire.
Ora è il tempo della mobilitazione senza timidezze. Ora c’è la necessità di chiamare tutte le donne da 50 a 74 anni allo screening; di valutare l’ammissione allo screening delle donne da 45 a 49 anni; di attivare la consulenza genetica oncologica e la gratuità dei test BRCA1, BRCA2 e degli eventuali programmi di sorveglianza clinico-strumentale.
Un colpo di reni per la parità tra i generi. Un nuovo approccio non condizionato dalle difficoltà organizzative, che pure ci sono, e che sinora ha suggerito di desistere prima ancora di provarci.
Gli ingranaggi organizzativi devono essere adattati al dolore della condizione umana e non il contrario. La condizione di stress nel fornire risposte difficili e con tempi ristretti, finisce sempre per rispondere alle domande di salute delle persone e contemporaneamente ridurre i problemi organizzativi.
“Se non ora quando?” Ora che abbiamo acceso con potenza l’attenzione sull’argomento emerge la responsabilità; una caratteristica umana in grado di essere presa sul serio se risulta chiaro cosa succeda nel caso non si abbia intenzione d’assumerla.
Se non ora quando? Ora.

 

Articolo pubblicato l’8 aprile 2022, su Corriere del Mezzogiorno Puglia

Pd, lo scontro infinito “Come Checco Zalone”

di Antonello Cassano

Fabiano Amati usa l’arma tagliente dell’ironia per fare luce su quello che è avvenuto nel Pd regionale negli ultimi giorni. Come è noto, il segretario Enrico Letta ha dato al responsabile nazionale Enti locali, Francesco Boccia, l’incarico di commissario ad acta per portare il partito al congresso e rafforzarlo sui territori. Boccia a sua volta ha nominato un comitato di indirizzo che è composto da Antonio Decaro, Raffaele Piemontese e Loredana Capone. Il motivo è restituire un’autonomia al partito che secondo la minoranza interna (di cui il consigliere regionale Amati è sicuramente uno degli esponenti di punta) negli ultimi anni è stato troppo schiacciato sulla linea politica del governatore Michele Emiliano, grazie alla direzione data dal segretario regionale Lacarra. Proprio quest’ultimo, che aveva rimesso il suo mandato nelle mani di Letta, adesso non si dimette e rilancia la sua guida.

Che ne pensa, consigliere?
«Ma voi lo vedete Letta che nomina gli assistenti di Lacarra?».

In che senso?
«Lacarra nell’intervista al vostro giornale ha dichiarato nientepopodimeno che il segretario nazionale del Pd avrebbe nominato quattro persone, ovvero Boccia, Decaro, Piemontese e Capone, per fargli fare i suoi assistenti, i suoi vice. Diciamo che se non fosse una cosa che vorrebbe avere un minimo di serietà, sarebbe un copione per Checco Zalone».

Lacarra dichiara pure che potrebbe ricandidarsi alla guida del partito. A cosa serve allora il commissariamento?
«In realtà è una sua interpretazione. La verità è che Lacarra è stato commissariato, anche perché reputo difficile che Letta possa impegnare un componente della segreteria nazionale per mettere a posto le carte. Siamo di fronte a dichiarazioni da psicodramma per garantirsi un’uscita di scena onorevole e per non smentire Emiliano».

Perché?
«Perché il commissariamento affidato a Boccia è stato deciso proprio per ridurre la soggezione del Pd a Emiliano e avviare una stagione di collaborazione con il governatore. Adesso si deve passare dalla soggezione alla collaborazione attraverso atti di libertà».

Dove il Pd si è mostrato in soggezione rispetto a Emiliano?
«Sulla questione energetica, su Ilva, su Tap, sulla Xylella. Ma anche sull’obbligo vaccinale prima della pandemia. C’è una soggezione su alcuni argomenti di merito, peraltro in contrasto con quello che decide il Pd nazionale. L’ultimo episodio, quello della nomina di Rocco Palese ad assessore regionale alla Sanità, è emblematico di tutto questo».

Cosa dovrà fare Boccia da commissario?
«Deve sintonizzare il Pd regionale con quello nazionale e i Pd locali con il Pd regionale. E deve dire ai singoli comuni che il Pd regionale fa il tifo per i circoli locali e non per le liste che mettono a dimora personale politico».

Si riferisce alle civiche che fanno capo al presidente Emiliano?
«Non le chiamo così, perché ciò presuppone che nei partiti ci siano incivili. Più che liste civiche mi paiono iniziative legittime per mettere a dimora personale politico che gira continuamente».

Il commissariamento può rimettere a posto le cose?
«Ha questo mandato. E qui emerge l’ulteriore argomento che sottopongo a Boccia».

Quale?
«Deve provare a fare un congresso unitario, ma dobbiamo predisporci all’eventualità che questo non sia possibile, prevedendo le primarie aperte, perché non possiamo essere il partito delle posizioni di potere che si solidificano attraverso l’acquisto di tessere. Io per esempio non partecipo a quella gara».

Quindi se ne esce soltanto con le primarie?
«Certo, perché il partito altrimenti sarà sempre assoggettato a gruppi di potere: piccoli o grandi accampamenti che nel disputarsi il territorio di influenza poi finiscono per dimenticare i problemi della gente. E pensare che noi siamo il partito che aveva inventato le primarie».

Sullo sfondo c’è già la lotta per capire chi dovrà candidarsi alle prossime elezioni politiche.
«È proprio così. Questa vicenda ha un rilievo imponente per via delle liste bloccate alle elezioni politiche. Perché va in lista non chi è leale, ma chi sa garantire fedeltà. Se ci fossero le preferenze ci sarebbe meno baccano e i parlamentari si occuperebbero maggiormente dei problemi delle persone, come fanno i consiglieri regionali e comunali che hanno l’obbligo di ricordarsi chi li manda in consiglio regionale e comunale. Invece un eletto ha soltanto l’obbligo di ricordarsi chi li ha favoriti».

 

Articolo pubblicato su La Repubblica Bari del 31 marzo 2022