Più Europa: un dovere per il futuro / intervento di oggi su Nuovo Quotidiano di Puglia 

Nuovo Quotidiano di Puglia di lunedì 16 marzo 2020

Più Europa: un dovere per il futuro

di Amati Fabiano

 

Se tanto mi dà tanto, la giusta indignazione contro le sprovvedute parole di Christine Lagarde significa che abbiamo bisogno dell’Europa. Di più Europa di quanta non ce ne sia. Della cassa dell’Europa. Se l’Europa non ci servisse, o se il Coronavirus fosse arrivato per sentenziare la fine della presunta “dittatura europea”, nessuno avrebbe fatto caso alla gaffe del capo della Banca centrale. Si è visto mai qualcuno che si lamenta per non aver avuto una cosa che non vuole? Persino il Presidente Mattarella, uomo di pensieri equilibrati, e perciò misurato per gesti e parole, è sbottato: contro un’Europa che non può negare i benefici della sua grandezza a sostegno degli stati di cui si compone.

 

Più Europa significa assumere iniziative energiche e risolute, fare cioè “tutto il possibile”. Whatever it takes. Significa raccogliere le risorse necessarie a fronteggiare il disastro, accettando d’indebitare i cittadini europei. E già, perché spesso evitiamo di farci caso, eppure i debiti decisi dai governi non vanno sulla testa dei marziani, ma dei cittadini. Proporzionalmente, certo, con un auspicabile senso di giustizia sociale, ovvio, ma sempre sulla testa dei cittadini. Se non ci si accontenta di “mosse e mossisti”, allora, odi propaganda euro-matrigna, indebitarsi è l’unica alternativa alla regola del pareggio di bilancio, per fare nuove spese senza nuove tasse. A qualcuno che spende corrisponde sempre qualche altro che paga. Il patto di bilancio tra gli Stati europei non è come si vuole far credere un lucchetto chiuso su un forziere dove sono contenute risorse versate da non si sa chi, e che burocrati insensibili non vogliono sganciare affamando il popolo. Il patto di bilancio è una regola di convivenza valida anche nelle nostre famiglie, che si può derogare (indebitandosi) per resistere ai momenti più bui, tipo una pandemia, e non come alternativa alla produzione e al lavoro, oppure per finanziare una fabbrica di diritti senza doveri. Oggi siamo proprio a quel momento.

È il momento del debito e della deroga al patto di bilancio. E il momento di sostenere l’economia in disastro con maggiore spesa, però finanziata non da nuove tasse ma da indebitamento garantito dall’Europa Quando lo shock economico da Coronavirus è-assieme -di offerta (per i paesi più forti) e pure di domanda (peri paesi con un’economia più debole, come l’Italia), resistere per sopravvivere ha il significato di una scommessa sul futuro equivalente a un dovere. Un debito, appunto, che non a caso viene dal participio passato latino di debere, cioè un dovere. Il giudizio di Europa matrigna è allora un clamoroso difetto di percezione, cavalcato da politicanti che non avranno la possibilità di entrare per virtù nei libri di storia. Spesso, infatti, ci ritroviamo a raccontare un’Europa traditrice del suo ideale per via di troppo rigore o forza, quando in realtà la fonte del suo discredito è l’estrema debolezza. Una debolezza irrisolvibile sino a quando non le saranno concesse le prime caratteristiche di un’organizzazione politica autorevole e quindi in grado di farsi “materna”: le politiche comuni di bilancio, con annessa tassazione, e di difesa.

È questa Europa minorata di poteri che rende tutto più difficile, a maggior ragione nei momenti complicati, lasciando immeritato spazio a fatui e dannosissimi sentimenti nazionalisti. Più Europa che faccia tutto il possibile: è questa oggi la regola di buon senso accettata da tutti. Sia ricordato, però, che alla fine del dramma che stiamo vivendo, perché noi cela faremo e pure molto presto, l’Europa debole che in questa occasione non avremmo voluto vedere nemmeno per un istante non potrà essere combattuta screditando il suo ideale, ma chiedendo i maggiori poteri che le mancano. Un’Europa forte significa avere per davvero una cassa-forte. Una prodigiosa capacità di sviluppo, per i tempi normali, e d’indebitamento per i tempi speciali. In poche parole, far coincidere l’impegno a fare “tutto il possibile” con la certezza che “sarà abbastanza”. It will be enough.

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Più Europa_Un dovere per il futuro

 

 

 

 

 

Di fronte all’emergenza, le misure di risposta devono essere emergenziali / Intervista rilasciata a Corriere del Mezzogiorno Puglia

Corriere del Mezzogiorno Puglia e Matera di martedì 10 marzo 2020

INTERVISTA A FABIANO AMATI: «CONTROLLI SEVERI A CHI VIENE DAL NORD»

di Strippoli Francesco

Amati chiede misure ancora più severe. «Aspettare vuol dire dilatare il contagio. Le decisioni del governo erano blande». Il consigliere pd: zone rosse sui focolai e controlli per chi arriva da Milano

Il consigliere regionale Fabiano Amati (Pd) da giorni invocava provvedimenti «draconiani» contro l’epidemia, più duri di quelli assunti finora. Ieri ha firmato, con altri 9 colleghi, di maggioranza e opposizione, un appello rivolto al governo.

A cosa si deve questa iniziativa?

«Quando ci si trova di fronte all’emergenza, le misure di risposta devono essere emergenziali. E qui l’unico mezzo di emergenza sicuramente efficace, non essendoci farmaci, è la diluizione del contagio. Questo permetterebbe la giusta assistenza a chi eventualmente avesse bisogno di un ricovero ospedaliero, in particolare un letto in Terapia intensiva. Posto non sempre disponibile».

Cosa chiedete voi dieci consiglieri?

«Occorrono misure draconiane e severe per rallentare l’epidemia: sono indispensabili più nella fase iniziale del contagio, come è ora in Puglia, che nella fase esplosiva, quando perdono efficacia. Tutta la questione ruota attorno a questo principio di matematica epidemiologica. Siamo arrivati a scrivere l’appello dopo aver consultato decine di esperti, persone che studiano da lungo tempo la questione».

Vi siete avvalsi di esperti: perché non considerati degni di attenzione gli esperti che collaborano con il governo?

«Nessun giudizio sui tecnici che lavorano a Roma. Noi esprimiamo un giudizio sui provvedimenti del governo: sono blandi, senza dubbio. Gli esperti servono a costruire le opzioni del politico, cui tocca decidere. Le decisioni di queste ore non ci sembrano andare nella direzione di una battaglia seria e credibile. Ne vuole un esempio»?

Prego.

«Il primo testo uscito dal Consiglio dei ministri invitava a “evitare in modo assoluto” di uscire dalla nuova zona di contenimento. Nella seconda versione, è stato cancellato “in modo assoluto” ed è diventato un invito a “evitare”. Gli inviti si fanno al compleanno, se è permessa una battuta».

Andiamo al dunque.

«Quando vige uno stato di emergenza, come questo, si sospendono le libertà per preservare la salute di tutti. Infatti i provvedimenti emergenziali sono previsti in Costituzione e si fronteggiano con obblighi, non con inviti. Torno al punto: se gli esperti del governo hanno suggerito i metodi blandi che si sono decisi — in contrasto con la matematica epidemiologica e la curva del contagio — noi non siamo d’accordo».

Qual è la vostra proposta?

«Chiediamo provvedimenti per isolare i Comuni che presentano focolai. Il caso di San Marco in Lamis? Non tocca a me dirlo, spetta ai virologi decidere, ma sapendo di poter utilizzare la misura. Bisogna fare qui quello che si è fatto nella ex zona rossa, per evitare la fase esplosiva dell’infezione. Cioè quello che è successo in Lombardia, fuori dalla zona rossa, dove una settimana fa si diceva Milano non si ferma».

Ci sono altre proposte?

«Occorre coordinare lo scambio di medici e malati tra Regioni confinanti per alleggerire il peso sanitario; poi il controllo in stazioni e aeroporti dei passeggeri in arrivo dalle zone rosse; stessa cosa ai caselli autostradali; infine una deroga alle norme di finanza pubblica per agevolare le spese sanitarie; infine sostegno al mondo del lavoro e delle imprese».

Cosa pensa della nomina del professor Lopalco al coordinamento pugliese della lotta al virus?

«Ottima persona e professionista. Nella mia battaglia per l’obbligo vaccinale presi ispirazione dai suoi studi. Era il tempo in cui si contrastava l’obbligo vaccinale, anche nelle istituzioni. C’è bisogno di grande spavento per mettere l’amministrazione pubblica sulla strada della prova scientifica».

Sembra riferirsi al presidente Emiliano.

«Lo sta dicendo lei. Ricordo che in Consiglio regionale fui attaccato più volte, ma ora non voglio alimentare alcuna polemica. Ora siamo tutti preoccupati e spaventati».

Concorda con l’idea che i regimi autoritari combattono più facilmente le epidemie?

«Capisco cosa intende dire. Io penso che in questo momento abbiamo il governo che ci meritiamo, ma di cui non abbiamo bisogno. La democrazia, e la nostra Costituzione, sono sufficienti per i provvedimenti di emergenza di cui necessitiamo. Ma tante volte, si veda il caso xylella, si decide immaginando le reazioni dell’opinione pubblica, compresa la sua credulità. Questa non è democrazia, è la dittatura dell’ignoranza, con cui non si progredisce e non si curano le malattie».

La Costituzione e la democrazia consentono atti e decisioni dal carattere straordinario. In situazioni che sono di emergenza occorrono misure di equivalente emergenza.

 

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Intervista_Corriere

 

Più edilizia sanitaria d’eccellenza contro le epidemie / un’analisi su Gazzetta del Mezzogiorno di oggi

Gazzetta del Mezzogiorno di martedì 10 marzo 2020

Più edilizia sanitaria d’eccellenza contro le epidemie

di Amati Fabiano

 

I piccoli ospedali non servono. II Coronavirus l’ha reso abbastanza chiaro. Ora bisogna solo ricordarselo, anche quando tutto apparterrà al passato e torneremo a dormire sonni più tranquilli. Costruire ospedali grandi e sicuri, con tutti i reparti salva vita, sarebbe stata la strada da percorrere sin dagli anni ‘70 del secolo scorso. E invece no. Nonostante fosse ormai chiaro che la ricerca e la tecnologia avessero trasformato le cure da strumento di conforto in attesa della morte a mezzo di guarigione e ritorno alla vita, si è continuato ostinatamente a tenere in piedi strutture inadeguate e fatiscenti, e perciò anche molto esposte a rischi infettivi di ogni genere. A guardarci bene un limbo: né ospedale né struttura di cura territoriale. Una mostruosità organizzativa, con grave dispersione di eccellenti esperienze professionali, alla fine dei conti tenuta in piedi per qualche assunzione e per la compilazione delle liste elettorali (“Abbiamo almeno quattro medici in lista?”: era la domanda retorica di ogni segretario di partito).

OSPEDALI PUBBLICI – Ma il Coronavirus ci ha svegliato. Forse. O almeno lo speriamo. Dobbiamo puntare agli ospedali d’eccellenza, come ha scritto qualche giorno fa Giuseppe De Tomaso. Bisogna investire ingenti risorse sull’edilizia sanitaria. Pubblica. Già, pubblica, per invertire il ridicolo paradosso che ci fa combattere il mercato nei settori dove dovrebbe esserci ma non c’è, cioè nel mondo dell’impresa e della produzione, e invece tollerarlo nelle sue forme più deviate nel settore socio-sanitario, dove ce n’è in abbondanza e non dovrebbe esserci. Il Coronavirus ci ha aperto finalmente gli occhi su cosa s’intenda per malattie “tempo dipendenti”, cioè una malattia dove arrivare in tempo significa sopravvivere, o ad “alta complessità”; entrambe curabili con efficacia solo in reparti d’eccellenza. Altro che ospedali a chilometro zero, che è già falso per melanzane e zucchine, figurarsi per gli ospedali. Altro che ospedali piccoli, indicati in esempio di virtù assistenziale solo per eccitare in mala fede le paure delle persone e tenere accese dispute politiche tra chi governa e chi si oppone, oppure per cercare con vanità attenzioni mediatiche. Stiamo pagando in queste ore l’assenza di razionalità e lungimiranza di un quarantennio. In Puglia c’è solo una dozzina di ospedali idonei a curare le gravi conseguenze del Coronavirus. Sono quei pochi ospedali d’eccellenza dotati di terapia intensiva e branche mediche ad alta specializzazione. Pochi posti, purtroppo, per un numero di malati che, Dio non voglia, potrebbero superare la più funesta delle previsioni. Se avessimo cominciato per tempo – tipo qualche decennio fa – la costruzione di ospedali grandi e d’eccellenza, oggi alla dozzina esistente ne avremmo potuto aggiungere almeno altri cinque. E invece di quei cinque solo uno è in costruzione, quello di Monopoli-Fasano.

POLEMICHE – Ricordo perfettamente le polemiche insensate sull’ultimo piano di edilizia sanitaria, quello appunto dei nuovi cinque ospedali, e le relative obiezioni: “Fanno ospedali nuovi per rubare e riempirsi le tasche. Gettano cemento ospedaliero per deturpare l’ambiente e il paesaggio. Maledetti politici”, dicevano. Il tutto seguito dal domandone finale: ma perché costruite ospedali nuovi e non ristrutturare quelli vecchi? E ancora: per quale motivo chiudono un “delizioso” (!) arcipelago di piccoli ospedali, nati dalla generosità benefattrice di numerosi benestanti interessati agli incentivi salvifici assicurati alle anime in transito dal Purgatorio? Domande irrazionali, non in grado di tenere gli occhi aperti sui modi più efficaci e moderni di curare, perché poggiati su una concezione assistenziale più vicina ai “moritori” che agli ospedali. Ex malo bonum. Dal male il bene. Come al solito. Il Coronavirus passerà. Speriamo al più presto e con danni limitati. Ma sarà stata per tutti un’esperienza così forte da valorizzare come un potente vaccino contro il virus dell’inerzia. Contro le manie della nostalgia che ci fa chiudere le finestre sul mondo che cambia e progredisce, imprigionandoci nella falsa sicurezza delle abitudini. In fondo, cos’è stata la lotta per gli ospedali sotto casa se non – come si è visto – l’effetto di una cattiva abitudine che oggi ci sta presentando il conto? Abbiamo da recuperare decenni persi vanamente. Dobbiamo aprire al più presto tutti i cantieri dei nuovi ospedali e terminare senza indugi l’unico in costruzione. E tutto questo per prepararci nel migliore dei modi ai virus che verranno, e nel frattempo offrire una grande spinta per superare la gravissima crisi economica che abbiamo davanti. Se lo faremo c’è la concreta possibilità di non affogare in una terribile orgia di non-senso la disgrazia che in qualche modo è venuta pure per educarci.

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Più edilizia sanitaria d’eccellenza

 

 

Coronavirus, dieci consiglieri regionali: “Sei richieste al Governo nazionale, prima che sia troppo tardi”

C’è bisogno di misure severissime, prima che sia troppo tardi. E per questo abbiamo rivolto sei richieste al Governo nazionale per altrettante misure chiare e rigide. È noto, infatti, che il contenimento più rigoroso va applicato nelle regioni relativamente poco colpite dal virus, ancor più che in quelle ove ormai il focolaio è in piena espansione”.

È questa la richiesta inoltrata oggi al Governo nazionale dai consiglieri regionali Fabiano Amati, Sergio Blasi, Paolo Campo, Enzo Colonna, Mario Conca, Francesca Franzoso, Gianni Liviano, Peppino Longo, Donato Pentassuglia e Domenico Santorsola.

“Le uniche misure la cui efficacia è provata nel diminuire sia l’entità del numero giornaliero di infetti che il picco massimo raggiunto sono quelle di contenimento sociale, cioè tutte le misure che diminuiscono il numero di contatti giornalieri tra le persone. Ma queste misure perdono efficacia man mano che il tempo trascorre dall’accendersi di un nuovo focolaio epidemico. Guardando alla Puglia e alle regioni relativamente indenni, è vitale diluire nel tempo i contagi per meglio gestire i malati e per consentire dislocazioni tra regioni confinanti. È perciò necessario che le misure più rigorose siano prese nelle regioni come la Puglia dove l’epidemia è appena iniziata, ancor più che nelle regioni ove essa è già in stadio avanzato. Se non saranno immediatamente presi i provvedimenti più rigidi in termini di contenimento e comunicazione del rischio nelle regioni ancora relativamente immuni, la scala del disastro sanitario che ne conseguirà sarà molto probabilmente di un ordine di grandezza superiore a quanto a oggi si osserva, soprattutto in quelle regioni con pochissimi posti disponibili in terapia intensiva”.

“Per questi motivi – proseguono i dieci Consiglieri –, abbiamo rivolto al Governo nazionale l’adozione di un provvedimento che faccia conseguire i seguenti risultati:

1. Isolare (dichiarare zona rossa, con la normativa connessa) i comuni ove si osservino casi;

2. Coordinare lo scambio di malati e medici, ove necessario, con le regioni confinanti;

3. Controllare tutti i passeggeri in arrivo presso aeroporti, stazioni ferroviarie ecc., provenienti da zona rossa, con la possibilità di imporre loro la quarantena obbligatoria;

4. Controllare l’arrivo di auto da regioni in zona rossa attraverso i caselli autostradali e possibilità di imporre quarantena a questi passeggeri;

5. Derogare alle norme di finanza pubblica per effettuare le spese sanitarie necessarie e indifferibili;

6. Sostenere il mondo del lavoro e delle imprese attraverso la sospensione dei tributi e del pagamento mutui”.

 

IL TESTO INTEGRALE DEL DOCUMENTO

Premessa

In assenza di un farmaco o un vaccino, le uniche misure la cui efficacia è provata nel diminuire sia l’entità del numero giornaliero di infetti che il picco massimo sono le misure di contenimento sociale, cioè tutte quelle misure che diminuiscono il numero di contatti giornalieri tra individui.

Tuttavia, come noto in letteratura relativamente alla diffusione dei virus influenzali, l’efficacia di queste misure (telelavoro, chiusura delle scuole, isolamento degli infetti, quarantena volontaria dei potenziali infetti) perdono rapidamente efficacia man mano che il tempo trascorre dall’accendersi di un nuovo focolaio epidemico.

Per questo, le misure di contenimento più rigide andrebbero in realtà applicate in regioni relativamente poco colpite da COVID-19 ancor più che in quelle ove ormai il focolaio è in piena espansione.

Si ricorda, inoltre, che è in questa fase vitale contenere l’epidemia soprattutto nelle regioni ancora relativamente indenni, per evitare che dopo gli ultimi episodi di disseminazione del virus, si abbia una sincronizzazione delle curve di crescita esponenziali regionali degli infetti; una desincronizzazione, infatti, permette una miglior dislocazione dei malati e delle risorse umane e strutturali tra regioni confinanti, mitigando la saturazione dovuta all’afflusso simultaneo di moltissimi malati in tutte le regioni.

Perché si possa differenziare al massimo l’andamento epidemico tra regioni diverse, è ancora una volta necessario che le misure più rigorose siano prese in quelle regioni ove l’epidemia è appena iniziata, ancor più che nelle regioni ove essa è già in stadio avanzato.

Se non saranno immediatamente presi i provvedimenti più rigidi in termini di contenimento e comunicazione del rischio nelle regioni ancora relativamente immuni, la scala del disastro sanitario che ne conseguirà sarà molto probabilmente di un ordine di grandezza superiore a quanto a oggi si osserva, soprattutto in quelle regioni con pochissimi posti disponibili in terapia intensiva.

Tutto ciò premesso, chiediamo al Governo nazionale provvedimenti diretti a:

1. Isolare (dichiarare zona rossa, con la normativa connessa) i comuni ove si osservino casi che fanno presumere la presenza di un focolaio di diffusione;

2. Coordinare lo scambio di malati e medici, ove necessario, con le regioni confinanti;

3. Controllare tutti i passeggeri in arrivo presso aeroporti, stazioni ferroviarie ecc., provenienti da zona rossa, con la possibilità di imporre loro la quarantena obbligatoria;

4. Controllare l’arrivo di auto da regioni in zona rossa attraverso i caselli autostradali e possibilità di imporre quarantena a questi passeggeri;

5. Derogare alle norme di finanza pubblica e di reclutamento del personale per effettuare le spese sanitarie necessarie e per poter prestare con maggiore efficacia le cure;

6. Sostenere il mondo del lavoro e delle imprese attraverso la sospensione dei tributi e del pagamento mutui.

Decreto Coronavirus, Amati: “Contenuti assurdi, facciamo prima ad applicarci da soli il diritto emergenziale; servono misure severissime e limitazioni di libertà, non inviti a evitare”

“Un appello: a questo punto facciamo prima ad applicarci da soli i divieti consigliati dagli esperti. Nella bozza del decreto era scritta una cosa già irragionevole, ‘evitare in modo assoluto’ di lasciare la zona rossa, nel provvedimento finale è stato eliminato pure ‘in modo assoluto’. Ma che assurdità. Prima si capisce e meglio è. Lo vado dicendo da giorni: servono misure severissime, draconiane, altro che raccomandazioni, auspici o inviti a evitare. Ci servono soprattutto nelle regioni diverse dalla Lombardia, e penso alla Puglia, per risparmiare vite umane. Già, vite umane. Qui non stiamo parlando di malattie delle piante, tanto da poter ripetere le assurdità già viste in passato nella nostra regione. Qui stiamo parlando di vita umana. Lo volete capire, voi tutti che avete il potere di assumere decisioni, che siamo in stato di emergenza?”. Lo dichiara il consigliere regionale Fabiano Amati, presidente della Commissione regionale Bilancio.

“Sin da quando ho contribuito a fondare la Protezione civile regionale – prosegue Amati –, abbiamo sempre detto che stare in emergenza significa sospendere temporaneamente il diritto ordinario, cioè ridurre le libertà attraverso obblighi, divieti, proibizioni, e così via. Uno stato di eccezione. Non sono concepibili quindi inviti, raccomandazioni, auspici o quant’altro, di gran moda nei tempi ordinari, per lisciare il pelo o far finta di decidere sotto le insegne di un’improbabile e ruffiana partecipazione”.

“Se c’è emergenza, come c’è, non si può – sottolinea il consigliere regionale Pd – usare la parola ‘evitare’: si ordina e basta e si fa rispettare quell’ordine con tutti i mezzi di coercizione. Qui, invece, siamo abituati a ragionare come se fossimo in una estenuante assemblea di condominio con esiti addirittura ridicoli. Ma che significa ‘evitare’, e nemmeno più con il conforto di quel primo inciso, ‘in modo assoluto’, che almeno creava qualche turbamento di coscienza? Ma ci voleva tanto a scrivere ‘è vietato, è proibito?’. Vi prego – conclude –, a questo punto la cosa migliore da fare è applicarci da soli il diritto emergenziale, perché in Italia c’è l’abitudine di scrivere i decreti non per attuare soluzioni ma per passeggiare tra Tar, Consiglio di Stato e tribunali vari”.

Coronavirus, Amati: “Stiamo ballando su una polveriera. Il governo nazionale deliberi misure draconiane, non solo per scuole e università, altrimenti non avremo posti di terapia intensiva per curare i malati”

Stiamo ballando su una polveriera. Le decisioni sul contenimento del Coronavirus non appartengono alle singole regioni o alla creatività amministrativa nelle pieghe del groviglio legislativo. Cioè, la grande specialità italiana. Il governo nazionale deve decidere subito misure severissime, draconiane, e non solo per scuole e università, soprattutto per tutelare regioni come la Puglia, dove il contagio è ancora in fase di espansione iniziale e si sconta un ritardo quarantennale in materia di ospedali per alta specialità e terapia intensiva”.

Lo dichiara il Consigliere regionale Fabiano Amati, Presidente della Commissione regionale bilancio.

“Attualmente il contagio è in fase di espansione iniziale e cresce in modo esponenziale. Dunque, è questo il tempo di applicare misure severissime per ridurre il rischio contagio. Se aspettiamo ancora qualche giorno – prosegue Amati –, potremo raggiungere la fase di espansione esplosiva, come in Lombardia, oppure quella successiva di flesso (numero di contagi costanti o in riduzione) ove i provvedimenti di contenimento risultano meno efficaci. È indispensabile reclamare provvedimenti severissimi di contenimento, al fine di diluire nel più lungo periodo di tempo i rischi, considerato che – a causa di un quarantennale ritardo nel dotarci di ospedali per malattie tempo dipendenti e ad alta complessità e purtroppo assecondando vita inutile a ospedali piccoli e insicuri – abbiamo circa 12 grandi ospedali in grado di accogliere i pazienti poli-problematici (cioè i più esposti alle conseguenze letali del virus) e pochissimi posti liberi di terapia intensiva”.

“A ciò si aggiunga che l’eventuale raggiungimento in tempi brevi della fase esplosiva del contagio comporterebbe l’aggravarsi di un fenomeno già ora visibile, cioè il rinvio di tutti gli interventi d’elezione per mantenersi pronti a gestire la situazione meno augurabile. È vero che non bisogna avere paura, regola che ho imparato nel formidabile periodo di costituzione e avvio della gloriosa Protezione Civile regionale, ma – conclude – è altrettanto vero che la paura non si combatte con le parole ma con la prevenzione, la preparazione e il coraggio nella decisione”.

Le emergenze rifiuti sono da ricondurre alla mancanza di impianti / rassegna stampa

Rassegna Stampa di oggi >>

Le cause delle continue emergenze sui rifiuti sono da ricondurre alla mancanza di impianti: lo dice pure la DIA.

Secondo la relazione semestrale al Parlamento del Ministro dell’interno sull’attività svolta e i risultati conseguiti dalla Direzione Investigativa Antimafia, e in base alle attività d’indagine, l’emergenza che caratterizza alcune aree del paese, compresa la Puglia, ha come causa l’assenza di adeguata impiantistica, che peraltro impedisce l’autosufficienza almeno regionale come previsto dalle norme.

 

 

 

Rifiuti, C-Entra il futuro: “Su impianto compostaggio Borraccino sobilla le persone contro le scelte di Emiliano e così nascono le emergenze monnezza”

Sull’impianto di compostaggio di Pulsano il Presidente Emiliano dice una cosa e l’assessore Borraccino il contrario. Se Borraccino non è d’accordo con Emiliano lo comunichi in giunta e la smetta di sobillare le manifestazioni popolari. Sono questi comportamenti, fondati sui voti e non sulla ragione, a creare le emergenze monnezza e i disastri ambientali”.
Lo dichiarano i Consiglieri regionali Fabiano Amati, Sergio Blasi, Napoleone Cera, Gianni Liviano, Ruggiero Mennea e Donato Pentassuglia.
“È un teatrino. Un impianto di compostaggio come quello di Pulsano, proposto dalla stessa amministrazione comunale, progettato e in via di finanziamento, trova il Presidente Emiliano a difenderlo e l’assessore Borraccino a ostacolarlo, adducendo un’antologia di suggestioni irrazionali al servizio di chi la spara più grossa per conservare un pugno di voti. E il tutto alla faccia dell’ambiente e nella più disinvolta sottovalutazione dell’emergenza rifiuti, ormai alle nostre porte”.
“Ma come si fa a governare una regione dove all’interno della stessa giunta ci sono posizioni così diverse? E poi c’è qualcuno che ha pure la faccia tosta di obiettare sulle nostre posizioni fondate sui problemi e distanti dal manovrismo politico – proseguono i sei Consiglieri –. Ciò che sta accadendo in queste ore è un ulteriore tassello della mancanza di strategia pure dell’agenzia rifiuti, come ripetutamente denunciato in questi mesi dal Consigliere regionale Ruggiero Mennea o – con le sue numerose interrogazioni – dal Consigliere Gianni Liviano, in grado di dimostrare che la condivisione con le amministrazioni locali non si riesce mai a realizzare se non negli annunci, producendo clamorosi buchi nell’acqua da parte di chi dovrebbe occuparsi di proteggere l’ambiente e non di distruggerlo. Il corto circuito politico-tecnico-amministrativo – ribadiscono in chiusura – sta mandando in tilt il ciclo dei rifiuti della regione. Non sarebbe il caso di riflettere, dunque, su un radicale cambiamento di uomini e strategie nell’ambito dell’intero settore?”.

Xylella, Amati: “Sputacchina in arrivo, 199 alberi infetti ancora in piedi e pratiche agricole carenti. A rischio ulivi monumentali e le province Bari e Bat”

“Pochi giorni ancora e la sputacchina sarà allo stato adulto, pronta per il contagio, mentre gli alberi del fronte più avanzato sono tutti ancora in piedi nonostante per gran parte sia scaduto il termine ingiunto per l’eradicazione. Nel frattempo, risultano carenti sia le pratiche agricole per combattere il vettore che le più opportune campagne d’informazione e sensibilizzazione. E mentre tutto ciò accade, sono a rischio concreto di distruzione la Piana degli ulivi monumentali e le province di Bari e Bat”.

Lo dichiara il Presidente della Commissione regionale bilancio Fabiano Amati.

“Siamo di fronte a un rapporto contenente notizie di una guerra che si rischia di perdere, a causa di timidezze, omissioni, scaricabarile e medievali cacce alle streghe. E questi ingredienti hanno come testimoni i soggetti più testardi: i numeri.

Allo stato gli alberi infetti del fronte più avanzato sono quelli di Monopoli (1), Fasano (1), Ostuni (56), Ceglie Messapica (2) e Carovigno (148). Ad esclusione della pianta di Monopoli sotto sequestro, sono solo 9 gli alberi estirpati volontariamente (Ostuni), mentre tutti gli altri sono ancora in attesa dell’intervento dell’ARIF, nonostante il temine ingiunto sia scaduto in data di ieri (26.3.2019).

Sono state già emesse, inoltre, altre 5 ingiunzioni per un totale di 503 piante, di cui 18 a Latiano, 110 a San Vito dei Normanni, 2 a San Michele Salentino, 13 a Ostuni e 160 a Brindisi, il cui termine per l’estirpazione scade tra l’1.4.2019 e il 20.4.2019.

In questo contesto emerge la circostanza che la sputacchina, allo stato rilevata nell’innocuo stadio 3 o 4 di giovinezza, entro il 30 aprile avrà raggiunto il nocivo stadio adulto, per cui la combinazione tra la mancata estirpazione delle piante infette con i ritardi nelle pratiche agricole comporterà un serio rischio per le zone ancora indenni della Piana monumentale e delle province di Bari e Bat.

Se vogliamo davvero provare a evitare il disastro e arginare l’incombente tragedia, è opportuno che l’argomento Xylella venga affrontato dalla Pubblica amministrazione adempiendo con puntualità al proprio dovere, e nel frattempo occorre farlo diventare il primo argomento di ogni dibattito pubblico o discorso privato, di ogni conferenza o talk show, di ogni omelia, di ogni lezione scolastica o di ogni apertura di giornale”.