
A Martina Franca, dibattito “60 minuti per il nostro Ospedale” con i Consiglieri Amati e Pentassuglia

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Gazzetta del Mezzogiorno di giovedì 14 novembre 2019, pagina 3
FABIANO AMATI Avanti l’idea del «buono casa» per salvare i cittadini del rione Un «buono casa» a tutte le famiglie del quartiere Tamburi, per delocalizzare i cittadini più esposti ai rischi degli inquinanti e così farla finita con la città nella fabbrica o con la fabbrica nella città. In pratica, lo Stato acquista gli immobili del quartiere, li demolisce e riqualifica l’area, e i cittadini comprano con quel denaro la nuova casa nel quartiere che più gradiscono. Su questo argomento mi sento dunque di apprezzare sia la sua opinione che quella del professor Michele Ruggiero, espressa nei giorni scorsi con un articolo pubblicato sulla «Gazzetta». Le condivido perché colme di ragionevole concretezza e in grado di mettere in fila, con una precisa scala di priorità, la salute, il lavoro e la politica industriale del Paese, fornendo riparo a uno storico errore tecnico e sociale. Infatti, negli anni del boom della fabbrica, accompagnato dall’entusiasmo di tutti i tarantini per la vittoria del benessere sulla miseria, pure le politiche urbanistiche del Comune di Taranto e delle città confinanti si rivolsero all’acciaieria come a una possibilità di ricchezza. A una chance. Lo fecero accogliendo l’aspirazione dei proprietari dei terreni vicini alla fabbrica, sino a quel momento a destinazione agricola, di poter partecipare alla nuova fase di sviluppo e ricchezza. Questo legittimo desiderio di valorizzazione fondiaria, approfittando forse della ideologia classista dell’abitare in voga in quegli anni, cioè gli operai vicino al luogo di lavoro e lontani dalla borghesia per non farsi «contagiare» dalle cattive abitudini controrivoluzionarie, non considerò però che, se è vero che ogni azione umana comporta l’esposizione a un rischio, non è tuttavia ragionevole che le case si costruiscano accanto a una fabbrica d’acciaio solo per prestare fede a una dottrina politica. Ecco perché un moderno Piano ambientale degno di rispetto non può ignorare una presa di posizione sulla delocalizzazione delle famiglie del quartiere Tamburi. Un’iniziativa, si badi, che non sancirebbe la vittoria delle ragioni della fabbrica su quelle dei residenti a Tamburi, come pur si dice, perché la delocalizzazione sarebbe necessaria anche nell’ipotesi in cui la fabbrica dovesse chiudere e l’area su cui insiste avviata alle operazioni di bonifica; cioè a quel complesso e costoso procedimento che in termini temporali può attraversare la vita di diverse generazioni per vederlo finalmente attuato. Un «buono casa», allora. Uno strumento incentivante, con cui lo Stato finanzia e il cittadino sceglie dove acquistare la casa, realizzato assecondando il mercato edilizio, che ha il vantaggio di offrire risposte più celeri proprio perché può contare sulla regola della concorrenza e sulle «sacche» d’invenduto.
Un’operazione di gran lunga preferibile alle impostazioni altamente burocratizzate della pianificazione nei Piani di edilizia pubblica, che anche quando vanno bene determinano l’edificazione di quartieri «ghetto» poco integrati con il resto della città e poco accordati con la libertà. Mettere in fila salute, lavoro e interessi economici del Paese non è un rito o una litania di parole vaghe in grado di proporre l’elenco dei problemi per scansare la responsabilità delle soluzioni. Dire giustamente «la salute prima di tutto» è un impegno pieno di concretezza, che si spiega attraverso l’attuazione rapida dei piani ambientali e l’assunzione delle decisioni più chiare e congeniali. Appunto. Come lo è quella di allontanare i cittadini dalla fabbrica.
“Ma è mai possibile che l’attuazione del Piano ambientale a Taranto e la politica industriale italiana si possano fondare sui veti di Barbara Lezzi? Sarebbe il caso che Conte ascoltasse tutti i parlamentari e i consiglieri regionali pugliesi, e non un gruppetto di persone arrivate in Parlamento a loro insaputa. È ora che si esca dai silenzi imbarazzati, perché si ha l’impressione che in molti temano più la caduta del governo che la distruzione di Taranto”.
Lo dichiara il Consigliere regionale Fabiano Amati, Presidente della Commissione regionale bilancio.
“Conte ha detto che il governo sarà giudicato per aver affossato Taranto e non per aver introdotto la protezione legale per attuare il Piano ambientale. Parole equilibrate e logiche che però non riescono a entrare nella mente di alcuni parlamentari pugliesi dei Cinquestelle. E mentre ciò accade, si nota una sequenza di silenzi imbarazzati, forse perché in tanti temono più la caduta del governo che la distruzione di Taranto – prosegue Amati –. Ma come si fa a non capire che pure la prova di forza con Mittal, per salvare Taranto e i crediti dell’indotto, passano dall’eliminazione del presupposto su cui si fonda tutta l’azione legale di risoluzione del contratto? L’atto di citazione di Mittal ruota attorno alla protezione legale e perciò l’ascolto dell’opinione di un gruppetto di politicanti inesperti, Lezzi & company, servirebbe solo per darla vinta all’azienda”.
“Il tutto condito dal fatto, e non mi stancherò mai di ripeterlo, che la protezione legale non è una scriminante, né un’immunità, né un salvacondotto e nemmeno un’affermazione d’impunità. Si tratta solo di una norma finanche ridondante, perché afferma solo ciò che è già scritto nell’articolo 27 della Costituzione a proposito di colpevolezza. Cioè che nessuno può essere condannato per eventi non prevedibili, non evitabili e non calcolabili. È mai possibile – conclude – che dobbiamo perdere in salute e lavoro per la sciatteria di un gruppetto di volubili parlamentari pugliesi Cinquestelle?”.
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Primarie 2020: spenderò solo in carburante, quello che serve per andare a trovare il maggior numero di persone nei luoghi in cui vivono; userò Whatsapp e i social per presentare una scaletta di soluzioni chiare e impegnative. Non ho sostenitori vip, ma la forza di 21.039 testimonial.
Reimpianti ulivi: il protocollo tra ministeri afferma ciò che è già consentito chiaramente dalla legge (articolo 149 lettera b) del Testo unico. Non sarà accettata alcuna prescrizione amministrativa che in qualche modo aggiri la disposizione della legge statale, attribuendo alle autorità amministrative locali ambiti di valutazione fondate sulla discrezionalità o sulle ragioni d’opportunità, cioè su elementi meramente arbitrari.




“Sulla protezione legale nell’attuazione del Piano ambientale mi pare che colgano nel segno sia gli emendamenti presentati al decreto fiscale da Italia Viva che la volontà del PD di sostenere una norma di portata generale e non limitata al caso ex Ilva”.
Lo dichiara il Consigliere regionale Fabiano Amati, Presidente della Commissione regionale bilancio.
“Il motivo del mio sostegno a queste iniziative parlamentari consiste innanzitutto nel desiderio di vedere attuato il Piano ambientale, che allo stato è l’unica risposta di salute e di prevenzione da terribili malattie. Altrimenti, il futuro molto probabile sarebbe ben più grave di quello capitato per il caso Bagnoli. La norma sulla protezione legale, infatti, assicura in modo forse superfluo – ma necessario per via di precedenti giurisprudenziali – il principio costituzionale di colpevolezza dell’art. 27, quello secondo cui non è possibile affermare a carico dei commissari, affittuari, acquirenti o gestori, privati o pubblici che siano, una responsabilità penale ben oltre la prevedibilità, l’evitabilità e la calcolabilità dell’evento, e per condotte poste in essere nel periodo occorrente a mettere riparo ai danni causati da altri soggetti” – prosegue Amati.
“Certo, sarebbe senza dubbio meglio se la norma sulla protezione legale avesse valore generale, cioè per tutte le imprese impegnate nell’attuazione di Piano ambientale, e non limitata al caso specifico di Ilva. In ogni caso – conclude – mi pare che, se si ha davvero voglia di tutelare la salute dei cittadini di Taranto e anche i benefici economici e occupazionali che lo stabilimento apporta all’Italia, non si possa prescindere dal fare tutto il possibile per vedere realizzato il Piano ambientale più rigoroso al mondo e quindi la funzionalità della fabbrica nel rispetto delle norme vigenti in materia di compatibilità ambientale e di emissione di inquinanti”.
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Si apre la sfida delle #Primarie2020. Io candido un programma, non me stesso, e mi rivolgo ai cittadini pugliesi tutti, non ad ambiti ristretti di militanza politica.





PRIMARIE 2020: sarà un confronto vero. Io candido un programma, dalla sospensione del pagamento sulle liste d’attesa agli impianti per i rifiuti, passando per la lotta alla Xylella e l’Ilva, dove non c’è un piano B.
Ecco la #rassegnastampa di oggi >>>









#ArcelorMittal: sembra che stiamo in lite con lo sviluppo e in nome di un malinteso senso ecologico preferiamo tenerci stretto l’inquinamento, anziché attuare piani ambientali.
La verità è una: la fabbrica deve funzionare sulla base del piano ambientale più rigoroso del mondo e con la prospettiva di migliorare la qualità del prodotto. Non ci sono terze vie.
I dettagli nella mia intervista di oggi su La Gazzetta del Mezzogiorno.

“Per poter preservare il vincolo paesaggistico ad uliveto di migliaia di ettari sul territorio pugliese c’è la necessità di consentire e perorare il reimpianto delle cultivar ritenute resistenti, servendosi del giudizio e dell’operato della Scienza. Approfondiremo il tema reimpianto ulivi e paesaggio lunedì 11 novembre in quarta Commissione consiliare, su convocazione del Presidente Donato Pentassuglia, con l’audizione del Presidente della Giunta regionale, delle strutture regionali competenti unitamente alla Soprintendenza Belle arti e paesaggio”.
Lo dichiara il consigliere regionale Fabiano Amati, Presidente della Commissione regionale bilancio.
“C’è speranza per la produzione e per preservare il vincolo paesaggistico: le leggi vigenti consentono il reimpianto delle cultivar che hanno maggiore possibilità di resistere e rigenerare il paesaggio lunare salentino e studi scientifici da mesi stanno cercando la prova di resistenza al batterio di diverse cultivar. Nel momento in cui si impedisce il reimpianto delle cultivar più resistenti – conclude Amati – si finisce per determinare l’inutilità del vincolo e la legittimità di ogni richiesta di sua rimozione”.